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Destak, 2011

16.05.14

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Hoje Macau, 12 Abril 2012

15.05.14

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Wuz Cultura & Spettacolo, 2010

15.05.14

Una musica costante: Il cimitero dei pianoforti

 

Elena Spadiliero

 

 

"Là dove si arresta il potere delle parole, comincia la musica." (Richard Wagner)

Una musica costante: leggendo Il cimitero dei pianoforti di José Luís Peixoto, continuavo a ripetermi mentalmente il titolo del libro di Vikram Seth. La musica è suggerita dalla copertina stessa dell'edizione Einaudi del romanzo: un pianoforte con i tasti consumati dal tempo e dall'incuria.

 

I protagonisti del libro sono Francisco e il padre. Fin qui tutto nella norma, se non fosse che i due sono già morti, il primo dopo una lunga malattia e il secondo durante una maratona a causa di un'insolazione (una curiosità: il personaggio di Francisco è liberamente ispirato alla figura di Francisco Lázaro, maratoneta portoghese morto dopo aver corso trenta chilometri alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912).

 

Padre e figlio ricordano aneddoti del passato, momenti legati alla vita in famiglia. Sono fantasmi, ombre presenti nella stessa stanza dei vivi, ne seguono le azioni quotidiane pur essendone definitivamente esclusi.


Gli episodi salienti del romanzo hanno luogo in una piccola falegnameria, tramandata di generazione in generazione, in cui, fra le altre cose, si riparano anche pianoforti.


Il racconto si modella sul filo dei ricordi dei suoi narratori, diventando progressivamente un lungo monologo interiore dei due protagonisti e assumendo nella narrazione di Francisco i contorni di unostream of consciousness 'joyciano'.


Di pagina in pagina viene spontaneo immaginare mentalmente la fisionomia dei personaggi o degli ambienti in cui agiscono. Ma c'è di più: avete mai provato ad associare a un passaggio di un libro una musica? Con Il cimitero dei pianoforti mi è venuto spontaneo farlo.


Per esempio, le pagine che descrivono l'incontro del padre di Francisco con la ragazza che successivamente diventerà sua moglie, mi hanno fatto pensare al NotturnoOp. 9 n. 2 di Chopin :


 


"Fu allora che la mia vita cambiò per sempre. Mi sarei vergognato se non fosse stato per la dolcezza pallida del suo volto. Era una bambina gracile e il mio sguardo si posava con delicatezza sulla pelle del collo, sulle spalle sotto il vestito a fiori. Era una bimba fragile e scalza. Sotto il suo sguardo riuscii a sentire una forza invisibile che conduceva la mia mano verso i suoi capelli, che invisibilmente me li faceva scivolare tra le dita."

Il terzo movimento della Sonata al chiaro di luna diBeethoven mentre Francisco corre nella maratona:

"Il suono del vento mi attraversava le orecchie come il ruggito dell'universo. Forse è come il rumore che si fa quando si passa dentro al tempo, quando lo si attraversa con tutto il corpo: le braccia e le gambe che attraversano il tempo, il petto che attraversa il tempo e il viso che si porta dentro tutta l'eternità."

Serenade di Schubert per la scena finale del romanzo, quando tutta la famiglia è riunita in cucina a casa di Maria per ascoltare la radiocronaca della maratona:

"Alle nove di sera, squillò il telefono. Nessuno sapeva che fare. Il trillo del telefono li lacerava, era filo spinato che scivolava sulla pelle. Mia moglie aveva le mani sulla testa perché non ce la faceva più. Marta e Maria tornarono a essere due sorelle bambine. Simão sapeva che toccava a lui rispondere al telefono. Mentre camminava, si accorgeva di avere gambe e braccia e mani. Di respirare."

I veri protagonisti del libro non sono più Francisco e il padre ma la musica e i vecchi e malandati pianoforti, stipati all'interno della bottega, che progressivamente finiscono per simboleggiare una metafora dell'esistenza, quella "zona d'ombra e di conforto in cui si recuperano gli stimoli necessari per andare avanti".

 

 

 

 

 

 

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Il Fatto Quotidiano, 2010

15.05.14

Recensioni di "Il Cimitero dei pianoforti"

 

Paolo Collo

 

Se c’è ancora qualcuno che pensa che la letteratura portoghese contemporanea significhi solo il pur grandissimo e indimenticabile Saramago, consigliamo questo insolito, bellissimo testo di un giovane – è del 1974 – alentejano autore di romanzi, poesie e testi per il teatro. Il romanzo è una cronaca famigliare in cui si alternano le voci dei vari protagonisti: il padre, ormai defunto, e il figlio, maratoneta alle Olimpiadi del 1912 (e saranno proprio i chilometri di quella gara a scandire il susseguirsi dei capitoli). Luogo di unione delle varie storie che via via vengono raccontate, la loro falegnameria, all’interno della quale si cela il “cimitero dei pianoforti” – sfasciati, abbandonati, azzoppati, scordati –, luogo di ricordi, nascondiglio, metafora delle vite loro e delle persone a loro vicine. Una scrittura ricercata, intensa, evocativa, a volte geniale. E soprattutto musicale, come per una partitura. “Una rivelazione”, come ebbe a dire proprio Saramago.

 

 

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Solo Libri, 2010

15.05.14

Recensioni di "Il Cimitero dei Pianoforti"

 

Camilla Biagini

 

Le voci di padre e figlio si rincorrono in questo romanzo pieni di ricordi che coinvolge il lettore nella storia di questa famiglia portoghese sino a trasformarlo in un testimone, in un amico, quasi in una persona di famiglia.

 

La voce del padre ripercorre il passato, un passato fatto di illusioni e di fallimenti, un passato fatto di una moglie stupenda e di ben quattro figli ma solcato anche dalla violenza causata dall’alcol. Dopo una lunga malattia è morto senza lasciare dietro di sè alcun segno di successo e adesso può soltanto viaggiare nella memoria e osservare il presente e suo figlio da lontano senza poter, purtroppo, intervenire in alcun modo sul corso degli eventi.

 

Anche la voce del figlio Francisco ripercorre il suo passato mentre passo dopo passo partecipa alla maratona dei Giochi Olimpici di Stoccolma del 1912. "Il suono del vento mi attraversava le orecchie come il ruggito dell’universo. Forse è come il rumore che si fa quando si passa dentro al tempo, quando lo si attraversa con tutto il corpo: le braccia e le gambe che attraversano il tempo, il petto che attraversa il tempo e il viso che si porta dentro tutta l’eternità."

Francisco mentre corre pensa anche al futuro e a sua moglie che sta per mettere al mondo il suo bambino. Quel futuro lui non lo vedrà mai perchè proprio durante quella corsa troverà la morte a causa di un’insolazione.

 

Al centro dei loro ricordi vi è la bottega del falegname dove il padre ha fatto il proprio apprendistato e dove ha iniziato a lavorare, la stessa bottega tramandata di padre in figlio che possiede anche una stanza tenuta sempre chiusa a chiave dove si trovano vecchi pianoforti quasi fosse un vero e proprio cimitero dipianoforti.

 

Questo romanzo parla di vita e di morte, di amore e di solitudine. È un romanzo amaro ma anche commovente che avvolge il lettore con la paura che la vita possa colpire con le sue disgrazie ma anche con la speranza che qualcosa di bello possa sempre accadere.

 

 

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Visão, 2012

15.05.14

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Diário de Notícias, 15 Novembro 2012

15.05.14

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The Observer (The Guardian), 2nd November 2008

15.05.14

Portuguese Parables

 

By Mary Fitzgerald

 

This novel is a collection of loosely linked stories set in an unnamed Portuguese village populated by, among others, the Devil; a malicious giant; a set of Siamese twins joined at the tips of their little fingers; and José the shepherd who, after a run-in with the Devil, is fated to a life of unrelenting pain. Their lives are blighted by poverty and hardship but while their stories are often brutal there are unforgettable moments of tenderness - José's love for his infant son, the marriage of the cook to one of the Siamese twins, and the (relative) domestic bliss into which the three of them settle. Peixoto's writing possesses a rare, rhythmic beauty revisiting notions that might, in the hands of a lesser writer, seem clichéd but here acquire a haunting resonance.

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The National (United Arab Emirates), 14th November 2008

15.05.14

Blank Gaze

 

By Hephzibah Anderson.

 

The backdrop to this affecting novel is an unnamed village in Alentejo, Portugal’s scorching, dirt-poor south. I can tell you this mainly because it says so on the accompanying press release. Paradoxically, though the book itself conveys an evocative sense of place, that place might be almost any impoverished, sun-baked village the world over.

Artfully translated by Richard Zenith, the location is specified mostly by the characters’ names – José, Rafael, old Gabriel. Yet in every other detail, the village and the hardscrabble dramas that unfold within its public and private spaces are universal and timeless. Many characters, the women especially, go unnamed. All love and hate, strive and suffer. Babies are born and the dead are mourned. Apprentices must be trained, livestock tended and vegetable patches watered. And, as in any village, there is gossip. José the shepherd learns this the hard way when he weds the woman who cleans the deserted rich people’s house just outside the village.

 

From that moment on, she becomes known as José’s wife, but her other name is not forgotten. A motherless teenager, she watched her beloved father die a painful death, the legacy of a lifetime spent stood over a brick kiln. All alone, she fell prey to a man known as “the giant”, and eventually had to have an abortion. So when neighbours ask after José’s wife, he hears the name they still silently use – “whore” – and is tortured by the images it conjures up.

 

Among those who remember José’s wife as a cheery small girl are the Siamese twins Moisés and Elias. Joined at the tip of their little finger, they share the same wrinkles and have an identical number of white hairs on their heads. When Moisés falls in love with “the cook”, they both move in with her. 

The second part of the novel tracks the lot of these characters’ offspring. Will they fare any better than their parents, or will the tug of dynastic fate prove irresistible? Throughout, the narrative flits between the third and first person, observing each character from without before showing us the world through his or her eyes.

 

The story’s universality is underscored by its more fantastical touches. In addition to the giant, there is the local cleric who is dubbed “the devil”, and who knows exactly how to needle his flock. An old man lives to be 150, a woman gives birth in her 70s, and an orphaned child survives solely on baby fat for three years. 

Meanwhile, up in the rich people’s house, a chest in the hallway contains a disembodied voice whose gnomic utterances provide a recurring image: what if the earth was inverted, so that the sky was really “a huge sea of fresh water and we, instead of walking under it, walk on top of it; perhaps we see everything upside down.”

 

Peixoto is a recipient of the José Saramago Prize, named after Portugal’s Nobel laureate. The influence of the elder José’s work echoes throughout Blank Gaze, particularly in its blend of realism and fantasy. Yet the novel also keys in to English-language literary trends. Its more whimsical aspects, for instance, chime with the work of Jonathan Safran Foer. 

One character who remains shadowy is “the man who writes in a room without windows”. Though he is never glimpsed, the sound of his pages being crumpled can sometimes be heard when babies forget to cry and mothers pause to gather their strength. He adds a note of mischief to a magical, majestic portrait of individuals who see the beauty of life even when its harshness makes it feel like their adversary.

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San Francisco Chronicle, 22nd August 2008

15.05.14

Peixoto transcend translation

 

By Tatyana Gershkovich.

 

Translation gets a bad rap. At one point or another, every reader has soured on a book in translation after some pompous polyglot declares, "Ah, but you should read the original!" No doubt, much can be lost. But a book's journey around the world also offers an occasion to re-examine and refine its most remarkable attributes, attributes that might have been obscured by an initial choice of words, or - in the case of José Luís Peixoto's splendidly demanding novel - a title.

 

Published originally in Portuguese as "Blank Gaze" (2001), the book is set in an unnamed town in the arid, sun-bleached Alentejo region of Portugal. It's an austere name for an austere place. Peixoto - in Richard Zenith's translation - weaves together stories of the town's inhabitants, some told from their own perspectives and others related by an unknown and detached observer. A shepherd learns of his wife's infidelity and confronts her lover. Conjoined twin brothers marry the town cook and lose each other. A deformed child is born to a blind prostitute and a crippled carpenter, confronting them with the grotesque consequences of their love. The brutality of nature permeates each tale. "The sun shows us our own desperateness," says Old Gabriel, the town's 120-year-old wise man. "For those with understanding, this sun is the hand that caresses us and crushes us."

 

Dialogue is nearly absent from the novel. Peixoto's characters speak in streams of consciousness and only to themselves. They have a deeply rooted distrust of language, perhaps because they can neither read nor write. But what a marvelous chance for the author to display his own linguistic virtuosity! The images Peixoto evokes in helping his characters communicate without words are singular and unforgettable. The cook tells her husband, Moisés, that she's sick of eating the same old thing by preparing "a platter with shapely, wide-open potato legs and an open, steaming vagina made of collard greens which, by a trick of her culinary art, slowly contracted ... until it became a collard-green vagina that was irrevocably closed and dried up."

 

The cook adheres faithfully to the principle "Show, don't tell," but elsewhere, Peixoto occasionally falters. The author is too blunt in conveying his notion that a look succeeds where language fails. The shepherd José realizes he has always been a stranger to his wife, but he is granted one moment of communion with her when they exchange glances: "Wife, I don't know what we were, but I know this day that you are mine. ... Your gaze and your silence are my own." The eye as window to the soul is a well-worn notion, one made less bearable by the allusion to it in the original title. "Blank Gaze" reveals a blemish instead of pointing to the bountiful originality in Peixoto's work.

 

The work will make its American debut under a loftier title: "The Implacable Order of Things." But what the title loses in austerity it gains in purpose, illuminating the novel's deeper theme of co-existence between order and chaos, and revealing the author's immense artistic ambition.

In telling the history of the village, Peixoto examines the forces that govern our lives and creates a hierarchy among them. First, he peels away the least important, the man-made institutions of government and religion. The wealthy landowners who used to oversee the village move away; the villagers forget the names of the saints and lose their religion. The bonds of love and marriage remain a little longer, but they, too, disintegrate after lovers grasp the insurmountable psychic distance between each other.

 

Nature appears to prevail as the governing force, and Peixoto's brilliance and power as an artist are precisely in his desire to mimic nature's ability to create and destroy simultaneously. From the first words of his novel, as the silhouettes of his characters begin to come alive, Peixoto is already in the process of destroying their world. He inverts the landscape - "perhaps we see everything upside down and the earth is a kind of sky" - and then proceeds to let his universe collapse in on itself.

 

This challenging novel is a testament to the artistic ambitious of its author, whose bold experiments with form and arresting imagery have earned the 33-year-old a José Saramago literary award. José Luís Peixoto's work is now available in 12 languages, and it is well worth knowing - even in translation.

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