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Bolletino Università di Bologna I-II, 2005

15.05.14

Questra terra ora crudele

 

Di Silvia Cavalieri

 

José Luís Peixoto è ben contento che Questa terra ora crudele sia la sua prima opera perché è praticamente sicuro che da questo breve libretto, scritto a soli ventidue anni, non prenderà mai le distanze: «Tanti autori rinnegano i loro esordi letterari e fanno di tutto per farli dimenticare; io, invece, che se leggo un testo che ho scritto una settimana fa già non mi ci riconosco più del tutto, ancora oggi non aggiungerei né toglierei una riga a Questa terra ora crudele», diceva lo scrittore portoghese, durante un incontro a Bologna, l'11 maggio 2005.


Il segreto del «permanere intatta» di questa opera sarà forse l'estrema autenticità della sua ispirazione, quell'urgenza espressiva che il lutto spesso genera (ma che, al tempo stesso, ostacola, dando origine spesso a un balbettio impotente o a scritture-sfogo che non riescono a farsi letteratura) coniugata con un «periodo di decantazione» di circa quattro anni, prima che Peixoto prendesse la decisione di pubblicarla, nel maggio del 2000, in un'edizione da lui stesso finanziata, che ottenne un grande successo in Portogallo e si esaurì in poco tempo. Il libro verrà poi ripubblicato, nel febbraio 2001, dalla Temas e Debates, la casa editrice lisboneta con cui è uscita la maggior parte dell'opera di questo autore, dopo il grande successo del suo primo romanzo, Nessuno Sguardo, vincitore, fra l'altro, del prestigioso «Prémio Saramago».


Si tratta di un testo difficilmente classificabile secondo le scansioni canoniche, una sorta di lunga lettera al padre prematuramente scomparso, in cui si condensano il dolore straziante per questa perdita irreparabile e l'iniziazione del giovane autore alla vita adulta, l'assunzione su di sé dell'eredità morale che il padre gli ha lasciato e che lui si impegna a mantenere e a trasmettere. E la sovversione, nell'ordine delle traduzioni italiane, della cronologia reale delle opere di Peixoto fa sì che questo breve scritto - una sessantina di pagine scritte a caratteri grandi e righe rade che sembrano quasi un invito a soppesare ogni parola e trasmettono bene l'idea della cura con cui questo autore compone i suoi testi - si affacci sul panorama letterario nazionale come una conferma. Conferma non solo perché abbiamo la sensazione di trovarci davanti a una scrittura che debutta già matura, dotata dello stile inconfondibile che ha siglato uno dei successi più rapidi e repentini nella letteratura portoghese contemporanea, ma anche perché la promessa che il giovane figlio fa al padre defunto in Questa terra ora crudele, la promessa di non dimenticare e di riportare in vita il loro mondo («Lo porterò davvero, padre. Il mondo solare. Lo riconoscerò perché non l'ho dimenticato. E vi sarà di nuovo anche il tempo, e anche la vita. Senza di te e sempre con te.», p. 60), il lettore sa che è già stata mantenuta e che Peixoto ne rinnova l'adempimento con ogni suo scritto che vede la luce: il figlio diventa così «il ragazzo custode di vita che sempre hai voluto ch'io fossi» (p. 15) e lo fa con gli strumenti della letteratura, facendo della sua scrittura la testimonianza di un mondo in rovina, salvato dall'oblio del silenzio e riportato a nuova vita attraverso la parola. Lo scrittore allora, perduta la spensieratezza di un'infanzia felice e gonfia d'affetti, accetta la sua condizione di «bambino in rovina» e fa della sua scrittura una custode del passato, ribadendo la parentela stretta che intercorre fra letteratura e memoria, una memoria viva, carnale, «un miscuglio di carne e luce o ombra» (p. 16), dove luce e ombra, due elementi basilari nella poetica di Peixoto, non si elidono, ma si affiancano a delineare i tratti di un universo costituzionalmente ossimorico, dove le dicotomie astratte non esistono e tutto si fonde e si confonde in un caos che ricorda molto da vicino il mondo. E in effetti, la scrittura si allaccia, in questa prospettiva, sia alla vita (che nella sua versione più autentica è soprattutto amore) sia alla morte, come una trama di buio e di luce, che trova un'immagine molto poetica nel secondo romanzo di Peixoto, Una casa nel buio, in quella figura femminile che prende forma dentro al protagonista un giorno, a partire dai punti di luce che ci rimangono negli occhi quando li richiudiamo e continuiamo a vedere. La stretta relazione che intercorre fra questo personaggio e la scrittura è messa in evidenza lungo tutto il romanzo: lei è il testo, è il senso stesso delle parole, è attraverso la scrittura che il narratore le si avvicina fin quasi a sfiorarla ed è solo attraverso le parole da lui scritte che il loro amore è possibile. Lei stessa scomparirà tristemente a partire dal momento in cui il protagonista, crudelmente menomato delle braccia e delle gambe per opera dei soldati invasori, non potrà più scrivere. L'identificazione tra questa donna - la sola donna che il protagonista abbia mai veramente amato - e la scrittura è totale, come sottolinea anche Vincenzo Russo nella postfazione, ma vi è un particolare estremamente significativo che merita, a mio avviso, più attenzione: il momento in cui il narratore si reca al cimitero insieme al suo migliore amico, il principe di calicatri, per vedere il luogo in cui verrà sepolto il suo editore e rimane sconvolto davanti a una tomba con sopra la fotografia proprio della donna che lui ha dentro, con su stampata una data di morte che risale a molti anni prima (v. pp. 51-52). Questa scena trova una spiegazione plausibile proprio grazie alla parentela strettissima che intercorre tra la letteratura e la morte: la letteratura è frutto di un'indigenza ed è nel lutto che essa si genera. A partire da questo attraversamento del trauma prende vita e lei stessa si fa sostanza vivificante: la centralità della morte è evidente nel titolo portoghese di Questa terra ora crudele che è Morreste-me. La scelta di cambiare completamente il titolo, nella versione italiana, frutto forse anche, come sottolineava Paolo Nori durante l'incontro a Bologna, di una certa allergia della nostra editoria nei confronti della parola «morte», mi pare tuttavia condivisibile anche in virtù del fatto che una traduzione letterale come «Mi sei morto» perderebbe molta della densità che la particolare formazione del riflessivo in frase affermativa conferisce al portoghese: da un'unica sferzante parola a tre, con una notevole dispersione degli effetti. Il titolo scelto, estrapolato dalla prima frase dell'opera che ricorre altre volte nel corso del romanzo sempre in posizioni importanti, oltre ad avere un ritmo molto bello, ha il merito di porre al centro dell'attenzione il tema della crudeltà. Un tema cruciale nell'opera di questo autore, che si inserisce all'interno di una topica estremamente viva nell'ambito della letteratura portoghese, soprattutto contemporanea, che è quella della colpa: una colpa assurda e incontrastabile, un fardello che tutti gli uomini devono portare e di cui nessuno è veramente responsabile, come sottolineano le parole di Margaret Atwood che Peixoto ha scelto di mettere come epigrafe di Una casa nel buio e su cui scelgo di congedarmi:

Non dire così, dice lei. Non è colpa mia.
Neanche mia. Diciamo che ci tocca pagare
per i peccati dei nostri padri.
È inutilmente crudele, dice lei in tono freddo.
Quand'è che è utile la crudeltà? dice lui.
E in che quantità? Leggi i giornali
Non sono stato io a inventare il mondo.

 

José Luís Peixoto, Questa terra ora crudele, traduzione di Giulia Lanciani, Roma, La Nuova Frontiera, 2005

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L'Unità, 2004

15.05.14

Le invasioni barbariche secondo Peixoto

 

De Sergio Pent

 

 

Nella dimensione onirica delle narrazioni estreme, dove linguaggio e sperimentazione testuale diventano il metro di misura di un confronto sempre aperto con le potenzialità del romanzo, si muove la penna ‑ o la tastiera ‑ del trentenne portoghese José Luis Peixoto. Anche il suo secondo tour de force nel gorgo della parola sfruttata alle sue massime potenzialità espressive viene tradotto dalle edizioni La Nuova Frontiera (Una casa nel buio , pagg 267, euro 16,50), coerenti ‑ ed eleganti ‑ nel perseguire una loro discreta, ponderata ricerca nell'area narrativa portoghese e spagnola. I nomi che rimbalzano in questo nuovo libro ‑ soffocante, coraggioso, mortifero ‑ occuperebbero lo spazio di mezza recensione, per cui diremo solo che, se anche si può accennare alle radici virtuali di un Faulkner, sono ben riconoscibili i tratti ereditari del Saramago più recente, impegnato in un aspro confronto tra ricerca e meditazione sul declino antropologico dell'occidente. Peixoto insegue una personale teoria narrativa che sembra perdersi nei meandri dell'inesplicabile, là dove allegoria e metafora rischiano talvolta di perdere il contatto diretto con il lettore. È comunque un'impresa ammirevole, dettata dalla volontà di ricerca spesso difficile da trovare nei giovani narratori: Eggers, Safran Foer, sono questi ‑ forse ‑ i nomi più vicini alle ossessioni di Peixoto. Ma in questo delirante Una casa nel buio che si allontana ancor di più dal simbolismo già coriaceo del precedente Nessuno sguardo, nonché la deviazione un po' ribelle e anarchica dalle grandi autostrade tracciate da Cortàzar, Borges e Calvino.


La sostanza del romanzo risiede tutta nella sua reiterata ossessione, impalpabile quanto granguignolesca, senza tempo né spazio e tuttavia calata nell'attuale paura di nuove orde barbariche che distruggano la fragilità del nostro benessere. La casa è immersa nel buio, popolata di gatti vagabondi e abitata da un io narrante giovane e già famoso scrittore, da una madre vedova e dalla schiava miriam: tutti i nomi sono in carattere minuscolo, come per nascondersi al fragore degli eventi. Lo scrittore cerca l'amore estremo nel delirio per una donna morta che vive nei suoi pensieri, la madre e miriam recuperano ‑ o spengono ‑ l'orrore per la morte del padre e della schiava maddalena, amanti e suicidi. Quando dai confini del buio l'impero è invaso da orde barbariche spietate, alla casa arrivano altri personaggi, il principe di calicatri, il visconte di dedodida, il violinista e il signor nessuno, subito raggiunti e mutilati dagli invasori. Allo scrittore vengono tagliate braccia e gambe, al principe estirpato il cuore, la schiava miriam è l'oggetto con cui si intrattengono i barbari, in una discesa verso la distruzione della civiltà che rappresenta la più atroce delle allegorie possibili. Difficile valutare - e spiegare - l'entità fisiologica di certe relazioni testuali, paradossali quanto metaforiche. Rimane dentro, alla fine, la sensazione di un virtuosismo non gratuito, di una ricerca viscerale della parola «amore» che passa attraverso l'intreccio di questi destini assoluti, attraverso il sangue, la peste, la distruzione che da sempre caratterizzano la Storia quando il mondo sembra esplodere per poi ricominciare a girare.

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UOL, 24 Janeiro 2010

15.05.14

 

Com "Uma Casa na Escuridão", Peixoto se destaca entre escritores da nova literatura portuguesa

 

Daniel Benevides

 

"Era uma vez o fim de tarde." A um só tempo muito familiar e estranha, a primeira frase dá o tom do terceiro romance do premiado escritor e poeta José Luís Peixoto, lançado em Portugal em 2002 e agora aqui. Pois "Uma Casa na Escuridão" pertence a um gênero único, misto de fábula apocalíptica, realismo mágico e prosa poética. Algo entre o Ítalo Calvino de "Um Visconde Partido ao Meio" e "Nos Penhascos de Mármore", do Ernst Jünger. Mas com o inconfundível toque de melancolia da terra de Camões.

 

A história começa suavemente, com o mencionado fim de tarde. Sabe-se, no entanto, que há uma ameaça no ar. As epígrafes, falando de misericórdia e crueldade, colocam, de cara, nuvens negras sobre o texto. O narrador é, por acaso ou não, um conhecido romancista, para quem as palavras têm poderes especiais. Elas são capazes, por exemplo, de conjurar, tornar concreta, "a mais bela mulher do mundo".

 

Na casa do título vivem, num estado de torpor contemplativo, o narrador, sua mãe apática, o pai moribundo e as prestativas escravas madalena e miriam (assim mesmo, com minúscula, como os demais nomes no livro), além de um bando de gatos, que se acumulam pelos cômodos e corredores. A tranqüilidade só é perturbada pela escrita febril do narrador, que assim dialoga com a amada que lhe surge na imaginação. "Dentro de mim, ela existia para lá de mim", escreve.

 

Uma violência inusitada começa a dar as caras quando o pai, antes do último suspiro, aplica uma machada no peito de madalena, que era sua amante. A cena, descrita com naturalidade, mostra que estamos em um terreno movediço, entre o real e o absurdo. Jorra o sangue, e as palavras continuam a fluir indiferentemente, em seu ritmo encantatório, às vezes se repetindo, como num mantra, numa cantata.

 

A partir daí, as surpresas se sucedem, prendendo o leitor, que, no entanto, não sabe bem o que pensar. E nem precisa. No curioso mundo de Peixoto há espaço para tudo, sem discriminação, inclusive a ironia. Dentro do romance, por exemplo, é crime editores recusarem originais de novos autores. O próprio editor do narrador está preso e acaba morrendo trespassado por uma lança, no momento em que liderava uma rebelião.

 

Se a literatura - ou o mau uso dela - tem esse peso, a música simplesmente inexiste, no que talvez seja outro golpe de ironia. É preciso surgir um violinista estrangeiro, alguém de fora do âmbito do livro, para que ela entre na história, embevecendo os personagens. Mas o andamento ora distendido, ora brusco do romance, trata logo de destruir esse enlevo sonoro. É quando surge a escuridão, na forma de uma horda de bárbaros com barbas até a cintura, empunhando espadas de fio cruel. O engraçado é que, na correria, em meio ao pânico, a população faz filas nas livrarias, como se os livros fossem produtos de primeira necessidade (bem...são, né? Ou não?).

 

Contar mais seria deselegante. O que se pode dizer é que, como se quisesse combater um excesso de delicadeza ou lirismo, o autor adiciona elementos de extrema brutalidade, deixando o singelo "era uma vez" inicial com cara de porta para o inferno. Trechos de salmos abrindo os capítulos dão mesmo uma proporção bíblica às mutilações reais e metafóricas que se seguem.

 

"Uma Casa na Escuridão" é, em suma, um livro profundamente desencantado, mas escrito num estilo de excêntrica beleza. A contradição aparente entre forma e conteúdo provoca um peculiar efeito de distanciamento. Peixoto, cujo "Cemitério de Pianos" também foi lançado por aqui, não parece querer chocar o leitor, ainda que suas imagens cheguem às raias de um horror impensável. Sua obra é antes, como bem alerta a orelha, uma alegoria da falência da civilização. A intensidade lírica, no entanto, sugere menos uma proposta de reflexão e mais uma emocionante tentativa de expiação. A culpa, afinal, é nossa.

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Le Figaro, 2008

15.05.14

LE LIVRE CHAMBOULÉ DES JOURS ET DES HEURES

 

 

Par Astrid de Larminat

 

Voilà un roman qu'on ne peut pas lire les pieds sur terre. Et dans un premier temps, il faut bien l'avouer, cette expérience déstabilisante est presque déplaisante. Si l'on n'avait su que José Luis Peixoto, 34 ans, avait déjà fait la preuve qu'il était un grand écrivain, peut-être aurait-on déclaré forfait au bout de cent pages. On se serait privé d'un rare bonheur, cette sorte d'extase que l'on ressent lorsqu'on touche à une vérité existentielle inaccessible à la raison seule.

 

Rien d'éthéré ni d'abscons pourtant dans ce récit où s'enchaînent des tableaux de famille : des matinées de soleil dans la cuisine, les visages autour de la table, le sourire des enfants, le fameux cimetière de pianos, sorte de « casse » où l'on puise des pièces pour réparer d'autres pianos. Décors immuables : seuls l'apparition d'un réfrigérateur et d'une TSF marque le temps qui passe.

 

Car c'est de cela qu'il s'agit : du temps qui passe et en même temps ne passe pas. Pour rendre sensible ce paradoxe, Peixoto retrace l'histoire d'une famille sur trois générations. Le grand-père, sa femme, leurs petits-enfants, leurs quatre enfants. L'aïeul relate une partie de l'histoire, allant et venant entre futur et passé : il commence par le récit de sa propre mort, poursuit avec des scènes qui se tiennent trois ans plus tard, quand son fils cadet s'apprête à courir le marathon aux Jeux olympiques de Stockholm. Les va-et-vient s'accélèrent : il évoque sa rencontre, solaire, avec la jolie demoiselle qui est devenue sa femme ; puis le mariage de sa fille aînée, la naissance de cette même fille ; le soir où il a frappé sa femme en rentrant de la taverne…

Les passages, d'une page ou deux, se succèdent, mêlant les temps comme ils sont mêlés en chacun de nous, à rebours de toute chronologie. Soulignant aussi, en accolant des scènes que plusieurs années séparent, l'inconstance des êtres, qui s'aiment à la folie un jour, puis se trompent ou se maltraitent, sans cesser pourtant de s'aimer…

 

Deuxième narrateur du roman, son fils - à moins que ce ne soit son père : les deux se ressemblent étrangement. Fransisco Lazaro va tomber mort d'épuisement au 30e kilomètre du marathon. En courant, il se souvient de son enfance, par fragments, hachés comme sa respiration, s'interrompant au milieu d'une phrase, la reprenant plus loin. Il se remémore un après-midi radieux en famille ; le jour où il éborgne son frère en jouant ; le trousseau de sa grande sœur avec sa soupière en faïence, puis le jour où le mari de sa sœur casse la soupière en faïence dans un accès de rage… Il se rappelle surtout sa jeune femme qui attend leur premier enfant, leur rencontre paisible ; et la pianiste qu'il a connue au même moment, un amour brûlant.

 

En marge de cette histoire chahutée, le cimetière des pianos demeure, « à côté du temps » : c'est là que les jeunes amours trouvent refuge ; c'est là qu'une petite fille parle à son grand-père, celui qui raconte ladite histoire…

 

C'est aussi le lieu emblématique de ce qui se joue entre pères et fils : « Je regardais les pianos morts et songeais aux pièces qui ressuscitaient dans d'autres pianos, et je croyais que toute la vie pouvait être reconstruite de cette façon. Mes fils grandissaient et devenaient des garçons comme je l'avais été il y avait si peu de temps. Le temps passait. Et j'étais certain qu'une part de moi comme les pièces des pianos morts continuaient d'agir en eux. » Un roman de chair et de lumière qui lève un coin de voile sur les mystérieux versets du chapitre 17 de l'Évangile de Jean placés en épigraphe.

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inmayores, 2009

15.05.14

Los viejos de Peixoto

 

Historias de nuestra casa (Casa editorial HUM, Montevideo, 2009) compila veintidós cuentos y poemas del escritor portugués José Luís Peixoto (Galveias, 1974). En esta edición aparecen traducidos al castellano Morresteme (2000) y los cuentos y poemas publicados en Cal (2007), que incluyera además originalmente una obra teatral. El libro fue presentado por el autor en el Centro Cultural de España de Montevideo el 6 de octubre de 2009.

 

En estas historias se aborda la diversidad cotidiana de un pueblo. Los relatos transitan por los mundos afectivos y las vicisitudes de mujeres y hombres que envejecen. Este concierto humano testimonia tanto la variedad de vivencias de estos personajes como sus distintas maneras de desarrollar el proceso de envejecimiento; e integra a las edades jóvenes, que como las mayores, crecen, quieren vivir y mueren. Son tierras donde los campanarios dan todavía sus lentos toques fúnebres y las señoras mayores comprenden en ese aviso a quién le tocó partir.

 

El autor sigue el precepto de describir la aldea. Sus textos se elaboran, principalmente, sobre la vida en zonas semi-rurales del Portugal actual, haciendo de estos pagos de puertas sin trancar, el escenario principal de los relatos. Con referencias visuales o sonoras ubica el medio de vida, las huertas, los montes y caminos, la represa o las plantaciones de olivos y alcornoques. Mientras que los episodios de la historia de la comunidad son mojones en la biografía de los personajes. Desde los pequeños sucesos del pueblo, al acontecimiento nacional de la Revolución de los Claveles que puso fin, el 25 de abril de 1974, a la dictadura más larga del siglo XX europeo.

 

Algunos relatos tienen un fuerte carácter testimonial. Desarrollando los cursos afectivos que componen las relaciones entre las personas. La máxima cercanía del autor con sus personajes, se plantea en "Ver a mi abuela" o "Te me moriste", escrito en memoria de su padre. En ningún caso esto se agota en lo anecdótico del hecho, sino que oficia de punto de partida para la creación de la trama poética.

 

Sensible cronista de la cotidianidad, Peixoto utiliza en sus narraciones el despliegue de los distintos puntos de vista que pueden tener los personajes sobre los hechos. Así como lo que pueden llegar a pensar los actores de un relato sobre ese mismo relato. Un hombre acerca de quien ha escrito, se entera de tal cosa. Pasa las tardes en la plaza desde que dejó de trabajar en el campo. "El hombre que está sentado" explora la situación en primera persona de un hombre viejo a quien le fueron a contar que "el hijo de Peixoto" (p. 37) había escrito sobre él. La muchacha que le contó y tiene el libro probatorio, no puede explicarle a qué se debería tal cosa. Ese aparente sinsentido lo hace desconfiar, resistiéndose a que se lo lea. Ella -cuenta el hombre-, tiene estudios y por eso fue desde Lisboa a trabajar en la Junta local. Él no aprendió a leer. "Sabes que, en aquel momento, la gente podía hacerlo. Ese fue el gran disgusto de mi madre: nueve hijos, siete muchachas y dos muchachos, y ninguno pudo aprender a leer" (p. 37). El hombre se queda con el libro y la curiosidad acumulada de un día al otro, desembocará en la oportunidad de un nuevo encuentro.

 

A la transformación en la percepción y preferencias artísticas con el correr de los años, lo puede acompañar una reflexión que intente dar un sentido nuevo a los cambios vividos. "Por las noches releía libros que había leído hacía mucho tiempo. En las páginas de esas noches, existía la luna y era como si, a medida que los releía, reconociera lo que había leído un día en aquellas páginas. Había momentos, frases, en que pensaba y sentía exactamente lo que ya había sentido y que, al mismo tiempo, era como si fuera la primera vez" (p. 62).

 

Algunos de estos personajes que envejecen viven con sus familias. Otros, solos, van procesando duelos y volviéndose a enamorar. Un hombre que enviudó hace unos años comenta: "Durante meses no supe vivir. Después, muy despacio, como un vicio que se recupera, fui encontrando pedazos de mí" (p. 61). "Despacio, resucitaba, era viejo y nacía" (p. 62). Este hombre podrá luego escuchar las voces de otros amores, además de las de sus hijos y nietos. "Fue uno de esos días que conocí a Mariana. Su voz diciéndome: Mariana" (p. 62). Después: "Su voz diciéndome: Beatriz" (p.62). Y luego: "Una voz muy tímida: Susana" (p. 63). Los comentarios de los vecinos, claro, también podían escucharse.

 

En aquel entonces, una mujer: "Tenía más de ochenta años y esa es una edad de decisiones para toda la vida" (p. 9). Variaciones de este motivo estructuran "La edad de las manos". El movimiento del relato podrá hacer pensar que a cualquier edad las decisiones son nuevas orientaciones de la vida.

La relación entre las ancianas, con sus maneras, entreteje las tareas del día con las novedades públicas y privadas del pueblo: "En ocasiones, entra en la casa de las vecinas. Las puertas están abiertas. Las vecinas entran en su casa. Y se quedan a hablar. Bajan la voz cuando no quieren que nadie las oiga aunque estén solas, cuando hablan de alguien: sabes qué le pasó a, y dicen un nombre cualquiera. Tratarse de tú es la prueba inusitada de que, en otro tiempo, fueron jóvenes, fueron muchachas con ideas sobre lo que serían cuando tuvieran la edad que tienen" (p. 94).

 

La dimensión intergeneracional es mostrada con sus beneficios recíprocos. La relación del narrador con su abuela, es mutuo reflejo de sus vidas: "(...) me llama: mi José Luís. Su voz es delicada porque, como los objetos, es antigua. (...) Lo importante es que nos quedamos juntos por momentos, nos vemos. Damos sentido el uno al otro" (p. 96).

 

El libro no cae en una idealización de los lazos entre generaciones. La muchacha de "La vida junto al río" fue besada por un joven y transgredió en poco más de eso. La consecuencia lógica para su madre sádica es encerrarla. "(...) me agarraron el tobillo y lo atraparon en una esposa de hierro, que estaba atada a una cadena, que estaba atada a una pared, que estaba dentro de la pared. Cerraron la puerta. Me quedé tendida en el piso" (p. 105). La madre, durante algún tiempo, llevaba a cenar a los postulantes que estimaba convenientes. "Las criadas envejecieron. Mi madre envejeció. Yo envejecí. Dejaron de venir hombres a verme" (p. 106 ). Cuarenta años después, la madre muere y llega a término la condena. Nada quedaba entonces de aquel hermoso muchacho. Hasta el árbol viejo, donde la aguardaba su ausencia, había sido talado. Anciana y deforme, sale al mundo hablando con Dios. Hablaba con él hacía tiempo. "En una de esas tardes indistintas unas de las otras, Dios entró en el cuarto. Moví la pierna y las cadenas se movieron. Dios se sentó a mi lado. Sus ojos eran tristes. Dios me tomó la mano y lloramos" (p. 107). "Estoy vieja. También Dios está viejo. Nos sentamos juntos y pensamos. El tiempo es más leve. Ni yo ni Dios esperamos nada" (p. 108).

 

Con este tipo de vínculo situado entre la metafísica y el delirio, empieza y termina la primera parte del libro. Se inicia con la historia de Ana, quien convive con su niño de luz: el ángel.

 

Si bien en un comienzo "Ana, a veces, se sentía tan vieja como si hubiese nacido el primer día del mundo" (p. 12), este relato aborda en sus reglas de juego el tratamiento de la temporalidad con la reversibilidad del envejecimiento. Mientras que en "La mujer que soñaba" el transcurso del tiempo es elaborado por yuxtaposición. Dos épocas que aparecen alternativamente. La mujer en su vejez y juventud, una y otra vez. Sus sueños y sentimientos una vez despierta, se anticipan a un tiempo y son luego reminiscencias. Sobre el final del relato se presenta el máximo de tensión entre ambos tiempos, superponiéndose.

 

La narrativa que presenta José Luís Peixoto en este libro, aborda al envejecimiento y la vejez con acierto y fina mirada sobre la multiplicidad de situaciones y de formas de su desarrollo.

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La Reppublica, 2005

15.05.14

 Canto d'amore per un addio

 

Marco Lodoli

 

Il futuro dell' editoria come di qualsiasi iniziativa umana sta nell' entusiasmo e nella conoscenza: c' è un gran bisogno di persone che sappiano fare bene il loro lavoro e che ci investano energie giovani e appassionate. Un esempio è sicuramente "La Nuova Frontiera", piccola casa editrice romana specializzata in letteratura spagnola e portoghese, che ha già pubblicato autori ancora poco noti in Italia, ma molto interessanti. Uno di questi è José Luis Peixoto, classe 1974, poeta e romanziere, considerato l' enfant prodige della letteratura lusitana. La Nuova Frontiera ha stampato i suoi due romanzi, e ora ci propone il suo primo testo, Questa terra ora crudele, uno struggente canto d' amore per il padre scomparso. Fa piacere scoprire che non tutti i giovani scrittori del mondo sono iscritti all' albo dei giallisti sanguinari o dei postmoderni più artefatti, che c' è ancora qualcuno che sfugge alla morsa delle ipernarrazioni, fatte di mille piani, mille personaggi, mille inutili incastri e digressioni per guardare con sgomento dritto per dritto negli occhi scuri della vita, e reggere quello sguardo fino in fondo. Peixote è un narratore lirico, un poeta che distilla il mosto ribollente del cuore e ne trae una grappa concentratissima di parole, un liquore che ci prende la testa. Scrive Peixote: «Ho pensato non potrebbero gli uomini morire come muoiono i giorni? Così, con uccelli a cantare senza sussulti e la chiarità liquida vitrea in tutto e il fresco soave fresco, il mondo inerte o che si muove calmo e il silenzio che cresce naturale naturale, il silenzio atteso, finalmente giusto, finalmente degno?». Non potrebbe essere così ogni addio al mondo? E invece sono ospedali e cure, speranze e disperazioni, e mentre un padre se ne va nel dolore, un figlio rimane da solo a raccontarlo, con parole leggere e taglienti come pezzi di vetro, cercando inutilmente di ricomporre la finestra affacciata sui ricordi.

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Liberazione, 2005

15.05.14

José Luís Peixoto, il poeta "mettalaro"

 

Marco Peretti

 

C'è chi ha partecipato alle guerre coloniali come furiere-infermiere, chi è stato torturato dalla Pide - la polizia segreta salazarista -, chi ha vissuto l'infanzia assistendo alla fine del regime, chi è nato nell'anno della rivoluzione dei garofani: João de Melo, Mário de Carvalho, José Riço Direitinho, Benigno de Almeida Faria, José Luís Peixoto. Chiamarli una pattuglia sarebbe di cattivo gusto, perché non solo del passato e di guerra parlano i loro libri. Parliamo dell'avanguardia di scrittori portoghesi che si è affacciata di recente in Italia, in occasione della Fiera del libro di Torino. Merito - vale la pena ribadire - di piccole case editrici, come Passigli, Scrittura pura, Instar libri, Besa editrice, Aiep, La nuova frontiera, l'ultima arrivata Cavallo di ferro. In questo drappello di nuovi narratori figura anche il giovanissimo José Luís Peixoto, autore di Questa terra ora crudele (trad. di Giulia Lanciani, edizioni La Nuova Frontiera, euro 8,50) e con uno stravagante curriculum alle spalle. Qui, in questo volumetto, dal titolo originale Morreste-me, racconta i sentimenti di un figlio di fronte alla morte del padre. «Si tratta realmente della scomparsa di una persona, di questa regola naturale alla quale contrapponiamo l'illusione che per noi non si verifichi. In Portogallo diciamo "l'unica cosa certa è la morte" ed è così. Sapere che esiste la morte, è sapere che noi oggi siamo vivi e dobbiamo approfittare di questo periodo per fare qualcosa. La letteratura deve suggerire alle persone come prendere coscienza di questa realtà». Trent'anni, pearcing e maglietta scura con una scritta argentata che grida "stop the wars", José Luís comincia così. La sua è una letteratura che parla di morte, della decadenza della civiltà. «Sì, mi servo di queste idee perché sia il lettore stesso a trovare le risposte più concrete ai grandi temi della vita. In fondo la morte è la fine e la fine la troviamo in tutto, ma ogni fine è anche il principio di qualcosa. Mi interessano le storie delle persone, la morte come la fine e l'inizio dell'amore». Larga parte della critica portoghese intravede una scrittura nuova, inedita nelle capacità affabulatorie di Peixoto, ogni due settimane presente sul più importante giornale culturale del paese, Jornal de letras. Lui che proviene da una provincia tradizionale, l'Alentejo, dove è nato nell'anno in cui il Portogallo tornava alla democrazia. «Non ho mai vissuto sotto la dittatura, privato della libertà. Non mi si è mai posta la necessità di posizionarmi nei confronti di un regime. Certo ci sono autori che per me sono molto importanti nella mia formazione, che sicuramente non è ancora terminata: Fernando Pessoa il maggiore poeta portoghese del XX secolo o tra i contemporanei António Lobo Antunes, che è un virtuoso della lingua e nei suoi romanzi affronta temi molto delicati della storia più recente del Portogallo, il nostro premio Nobel José Saramago che per me è un autore di riferimento». Persino in Italia ci sono blogs di suoi ammiratori e tra questi gli appassionati di musica metallica. «E' per via del lavoro con la band dei Moonspell - spiega - le persone legate a una cultura libresca pensano che la musica heavy-metal sia fatta da gente che fa rumore e grida e d'altra parte molti giovani pensano alla letteratura come qualcosa di noioso, fatta da persone noiose. Personalmente non credo in nessuno dei due stereotipi e anche il gruppo con cui ho lavorato la pensa così. Abbiamo tentato di fare una cosa nuova: un libro e un disco che ha come tema la paura. Come questa spesso inibisce, mentre dobbiamo avanzare e cercare quello in cui più crediamo». Considerati i temi, qualcuno potrebbe vedere confermati gli stereotipi sul Portogallo. «Non credo che siamo malinconici più degli scrittori di altri paesi. C'è questa idea associata al fatto che abbiamo una musica tradizionale come il fado, ma penso che sia un'affermazione che non tiene conto del fatto che oltre questa sensibilità ne esistono altre. Ho molta difficoltà nei confronti della parola saudade che è "venduta" come un sentimento portoghese, perché penso che i sentimenti non hanno patria, paese o lingua, ma appartengono agli esseri umani di ogni parte. Per questo se esiste una saudade nei miei libri penso che sia la stessa che esiste nei libri italiani come in quelli giapponesi». Della tradizione vuole conservare poco - le radici sono importanti ma l'essenziale sono i fiori - e con un certo orgoglio rivendica di aver fatto parte fin dall'inizio del Bloco de esquerda che in questi giorni ha polemizzato con Sampaio per le sue non scelte sull'aborto. «Mi intristisce la decisione del Presidente della Repubblica. Comunque la maggioranza del popolo portoghese vuole questo cambiamento e quindi questa legge retrograda e criminalizzatrice verso le donne presto o tardi cambierà».

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Class, 2004

15.05.14

L'amore illumina la notte

 

Mimmo Stolfi

 

Una casa gotica, brulicante di gatti, schiave silenziose, madri rese folli da infelici ménage coniugali. Una casa di tenebra, percorsa da un via vai di personaggi assurdi (principi, visconti, violinisti, signor Nessuno) piagati da destini terribili, resi ancor più devastanti dall'irruzione di un manipolo di invasori demoniaci dediti a stupri, mutilazioni. sadismi e crudeltà gratuite. E poi, c'è 1ui, la voce narrante, un giovane scrittore visionario, innamorato   di una donna immaginaria che lo abita dentro e che lui può vedere, e in qualche modo amare, solo chiudendo gli occhi. Un amore immateriale, certo, la proiezione mentale dell'eterno femminino, ma pur sempre un amore capace di illuminare la notte, di squarciare, seppure per pochi istanti, la tenebra del Male.
Una casa nel buio (La Nuova frontiera, 267 pagg., 16,50 euro) del trentenne scrittore portoghese José Luis Peixoto è un'onirica discesa agli inferi, cadenzata da una scrittura scarna, squarciata da lampi lirici e ricca di reiterazioni lessicali (Peixoto è anche un poeta e si sente). Ma Una casa nel buio è soprat tutto un apologo sul Male e sul silenzio di Dio (non è casuale che le epigrafi di ogni capitolo del libro siano dei salmi biblici). L'onnipotenza di Dio è morta ad Auschwitz e nelle altre mattanze del '900. Che Dio sia fragile proprio perché è Amore, è l'unica metafora che lo salva dall'assedio del male e della colpa: ma allora noi siamo responsabili nei suoi riguardi (come Egli lo è nei nostri). Che cosa significa essere responsabili di Dio lo si comprende se si rammenta l'immagine e somiglianza che legano l'uomo a Dio: essere responsabili di Dio significa essere responsabili della sua immagine, salvarla in noi e in tutto ciò che ha vita come una lucerna che i flati terribili del male (il buio di Peixoto, insomma) tentano di spegnere. Salvarla, come fa il protagonista di questo libro, anche senza saperlo.

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Liberazione, 2004

15.05.14

Quando arrivano i barbari

 

Marco Peretti

 

Eros e Thanatos, amore e morte, un campo di battaglia che ha per posta in gioco la vita, la conservazione della specie umana. Sperare di placare questo conflitto con la musica, la letteratura, le arti può essere un'illusione. «E' già notte e i barbari non vengono. / E' arrivato qualcuno dai confini a dire che di barbari non ce ne sono più. / Come faremo adesso senza i barbari? / Dopotutto quella gente era una soluzione».


L'attesa dei barbari può essere un buon alibi al disagio della civiltà, che è poi il disagio di convivere con noi stessi, ma dietro i versi del grande poeta greco Kavafis si nasconde, ironico, l'avvertimento: il problema è dentro di noi. Lo stesso grido di speranza e di ricerca d'amore che in toni surreali sembra lanciare José Luís Peixoto nel suo romanzo Una casa nel buio (trad. di Vincenzo Russo, La Nuova Frontiera 2004, euro 16,50) ma forse è già tardi e i barbari possono ancora essere utili.


Appena trentenne, José Luis Peixoto è già   riconosciuto come una certezza della nuova letteratura portoghese. La sua vena malinconica è una lenta rappresentazione dell'elaborazione del lutto per un mondo sempre più in rovina cui il poeta, però, guarda ancora con gli occhi stupiti del bambino. L'immaginato si sovrappone al vissuto, il surreale e l'onirico ‑senza scansione del tempo ‑ diventano necessità del presente. La maturità della sua scrittura ‑ scarna ma essenziale ‑ cela il piacere per la poesia, per il verso che ritorna. La ripetizione è ostentata, quasi a negare la ricerca dei sinonimi, a negare la prosa. Romanzi, i suoi, che vanno letti a voce alta per goderne del ritmo.


Primo capitolo. L'amore. Un colpo d'ascia e il padre del narratore, ormai in fin di vita, uccide la schiava. Il figlio, allora bambino, aveva sentito tante volte la madre alzare la voce per coprire i suoni da uomo e da donna che uscivano dalla stanza chiusa e quel giorno pensò che quello era il senso più profondo dell'amore, per quello la madre avrebbe voluto esser al posto della schiava. Ora le notti son passate e come il padre che scriveva sonetti il narratore è uno scrittore. A chi gli domanda cosa scrive risponde che scrive se stesso. Lui sa che quando chiude gli occhi la vede, sa che è bellissima, la scrive e l'ama. Quel volto immaginato è identico a quello incorniciato su una tomba e quindi un giorno scoprirà che ha un cadavere dentro di sé.


Ultimo capitolo. La morte. La casa brucia. Brucia la scrivania su cui il padre scriveva sonetti, brucia il divano su cui la madre si era sdraiata tante notti, ma lei, tra le fiamme, o lei fiamma, torna per dirgli «ti amo». Il narratore nella casa che brucia per un momento è felice e muore.


«La felicità come l'amore sono momenti… momenti che la fine rende ridicoli... ma ridicoli solo prima e dopo... Non si deve aver vergogna di esser felici per qualche momento. Non si deve aver vergogna del ricordo di esser stati felici per qualche momento».


Tra l'amore e la morte nella casa nel buio, lenti passano i giorni ‑ indifferenti per il poeta che non crede più al futuro ‑ e scorre l'allegoria di Peixoto su una civiltà che non si volta più quando sente enunciare la parola amore. È una civiltà che ha bisogno dei barbari. I barbari sono una soluzione e puntualmente arrivano, mutilano, violentano, brutalizzano. Sono barbari.


Al Signor Violinista - nella casa avevano inventato le sette note - tagliano le mani e non potrà più suonare. Alla madre dello scrittore conficcano un ago nei timpani e non potrà più sublimare il dolore con la musica. Allo scrittore recidono braccia e gambe, così da diventare un giocattolo per il divertimento dei bambini dei soldati di ferro, e al principe di Calicatri, suo amico, è rimasto solo un buco rosso vivo al posto del cuore. E poi la schiava Miriam, Nessuno, il visconte di Dedodida: esseri poco umani - dai passati amori inibiti - costretti, per far fronte al buio, a tradursi in una comunità solidale. Sette personaggi, sette capitoli, «sette volte il giorno io ti lodo», recita uno dei Salmi dell'Apocalisse. Sette è il   numero perfetto - dei peccati delle virtù - e sette volte il giorno i fedeli più devoti volgono la loro preghiera al Dio dei Salmi - Salmi in epigrafe, piccole lodi sul margine alto d'ogni capitolo - , un Dio che a volte sembra vendicarsi, abbandonare l'uomo, non averne più pietà.

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Il Riformista, 2004

15.05.14

Il dormiveglia creativo del giovane Peixoto, un visionario accostato a José Saramago

 

Fillipo La Porta

 

Dall'estremo della penisola iberica ci giunge un romanzo allegorico, scritto in una lingua evocativa e fortemente lirica, che tenta di decifrare un destino solitario, estremo, ma che forse ci appartiene. Uno degli effetti positivi della globa1izzazione è che nel modello (oggi dominante) della rete ogni luogo è sia centro che periferia. E così la periferia lusitana, apparentemente arretrata e un po' in disparte, può ridiventare per un attimo centralissima e cuore palpitante della contemporaneità.


«Mi dondolavo pianissimo. come se mi fossi addormentato dondolandomi e le gambe continuassero meccaniche a puntarsi a terra e a sollevarmi lentamente...». Fin dalla prima pagina di Una casa nel buio (La Nuova Frontiera, traduzione di Vincenzo Russo, introduzione di Luis Sepulveda, 267 pagine, 16,50 euro) di José Luis Peixoto, scrittore portoghese trentenne al suo secondo romanzo (dopo il notevole Nessuno sguardo, narrazione onirico ‑ realistica del Sud del mondo), scopriamo che lo stato creativo per eccellenza è il dormiveglia, la semicoscienza, appunto il dondolarsi sulla veranda verso la fine dell'estate, come se si fosse addormentati. Da questo stato emergono ricordi, sentimenti, immagini, interrogativi sull'esistenza. Peixoto diffida di un troppo "pieno" di coscienza: se infatti si è troppo vigili succede che il nostro io ingombrante riempie tutto lo spazio a disposizione. Non riesce ad affiorare nient'altro di diverso da me. Mentre la letteratura dovrebbe allentare i vincoli dell'io, e così assomigliare idealmente alla danza e all'estasi. Il romanzo estatico di Peixoto sembra originarsi da una insonnia stordita, felice e al tempo stesso angosciata. Il suo universo sfugge ad una logica normale, asimmetrica e si imparenta invece con la logica spaesante e simmetrica dell'inconscio, quella per cui se A è maggiore di B anche B può essere maggiore di A: una donna, qui la sua traduttrice può infatti essere contemporaneamente la più bella e la più brutta, e la vita stessa può coincidere con la morte.


La trama è appena suggestione e pretesto: in una casa isolata e buia alcuni personaggi, tra cui l'io narrante, sua madre, la schiava Miriam (il suo tocco era fragile, «come una ragnatela, come un velo, come una brezza»), il Violinista, sembrano ricercare un senso all'amore mentre tutt'intorno dei barbari hanno invaso il paese. L'autore vuole pronunciare la parola «amore» fino a consumarla, fino a penetrare dentro il suo centro vuoto, come è vuoto il suo cuore («il luogo del mio cuore senza il mio cuore») e come è vuoto il centro della terra. Tutto il romanzo, che parla impudicamente di felicità e di sentimenti primari è una ricerca del vuoto insondabile ma anche prezioso, potenzialmente creativo, racchiuso dentro ogni pieno. Nella pagina di Peixoto, luttuosamente barocca, sentiamo respirare e agitarsi il corpo umano, un corpo che marcisce, che si disfa, che imputridisce, che si riempie di buchi e di macchie per la peste incipiente, mentre nello spazio circostante si muovono esseri umani che sembrano ombre. E anche l'iterazione musicale della prosa ha un timbro barocco, come quando tre intere pagine sono riempite dalla frase «voglio morire». Si conclude con un grande incendio, in cui brucia tutto, i mobili, il pavimento, i ritratti nel corridoio, in cui la sensazione di essere felice coincide con il presentimento della fine e il cielo si prepara a far cadere la notte su di noi. La verità ultima che il romanzo ci consegna sembra bruciare ogni cosa, quasi in un atto sacrificale.


Benché questo giovane talento portoghese sia stato avvicinato al connazionale José Saramago (ma è più visionario e meno affabulatore), il suo è un romanzo - poema che termina con 12 poesie ispirate al libro stesso. In ciò non distante dalla tradizione letteraria italiana, poco romanzesca e impregnata di lirismo, autobiografismo, prosa d'arte. A volte la musicalità poetica è insistita e potrebbe far nascere qualche sospetto di iperletterarietà. Però rispetto ai nostri scrittori attuali Peixoto ci sembra assai più viscerale, come se ogni frase del suo libro fosse una sfida radicale, struggente al nulla che incombe sulle nostre esistenze.

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