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Wuz Cultura & Spettacolo, 2010

15.05.14

Una musica costante: Il cimitero dei pianoforti

 

Elena Spadiliero

 

 

"Là dove si arresta il potere delle parole, comincia la musica." (Richard Wagner)

Una musica costante: leggendo Il cimitero dei pianoforti di José Luís Peixoto, continuavo a ripetermi mentalmente il titolo del libro di Vikram Seth. La musica è suggerita dalla copertina stessa dell'edizione Einaudi del romanzo: un pianoforte con i tasti consumati dal tempo e dall'incuria.

 

I protagonisti del libro sono Francisco e il padre. Fin qui tutto nella norma, se non fosse che i due sono già morti, il primo dopo una lunga malattia e il secondo durante una maratona a causa di un'insolazione (una curiosità: il personaggio di Francisco è liberamente ispirato alla figura di Francisco Lázaro, maratoneta portoghese morto dopo aver corso trenta chilometri alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912).

 

Padre e figlio ricordano aneddoti del passato, momenti legati alla vita in famiglia. Sono fantasmi, ombre presenti nella stessa stanza dei vivi, ne seguono le azioni quotidiane pur essendone definitivamente esclusi.


Gli episodi salienti del romanzo hanno luogo in una piccola falegnameria, tramandata di generazione in generazione, in cui, fra le altre cose, si riparano anche pianoforti.


Il racconto si modella sul filo dei ricordi dei suoi narratori, diventando progressivamente un lungo monologo interiore dei due protagonisti e assumendo nella narrazione di Francisco i contorni di unostream of consciousness 'joyciano'.


Di pagina in pagina viene spontaneo immaginare mentalmente la fisionomia dei personaggi o degli ambienti in cui agiscono. Ma c'è di più: avete mai provato ad associare a un passaggio di un libro una musica? Con Il cimitero dei pianoforti mi è venuto spontaneo farlo.


Per esempio, le pagine che descrivono l'incontro del padre di Francisco con la ragazza che successivamente diventerà sua moglie, mi hanno fatto pensare al NotturnoOp. 9 n. 2 di Chopin :


 


"Fu allora che la mia vita cambiò per sempre. Mi sarei vergognato se non fosse stato per la dolcezza pallida del suo volto. Era una bambina gracile e il mio sguardo si posava con delicatezza sulla pelle del collo, sulle spalle sotto il vestito a fiori. Era una bimba fragile e scalza. Sotto il suo sguardo riuscii a sentire una forza invisibile che conduceva la mia mano verso i suoi capelli, che invisibilmente me li faceva scivolare tra le dita."

Il terzo movimento della Sonata al chiaro di luna diBeethoven mentre Francisco corre nella maratona:

"Il suono del vento mi attraversava le orecchie come il ruggito dell'universo. Forse è come il rumore che si fa quando si passa dentro al tempo, quando lo si attraversa con tutto il corpo: le braccia e le gambe che attraversano il tempo, il petto che attraversa il tempo e il viso che si porta dentro tutta l'eternità."

Serenade di Schubert per la scena finale del romanzo, quando tutta la famiglia è riunita in cucina a casa di Maria per ascoltare la radiocronaca della maratona:

"Alle nove di sera, squillò il telefono. Nessuno sapeva che fare. Il trillo del telefono li lacerava, era filo spinato che scivolava sulla pelle. Mia moglie aveva le mani sulla testa perché non ce la faceva più. Marta e Maria tornarono a essere due sorelle bambine. Simão sapeva che toccava a lui rispondere al telefono. Mentre camminava, si accorgeva di avere gambe e braccia e mani. Di respirare."

I veri protagonisti del libro non sono più Francisco e il padre ma la musica e i vecchi e malandati pianoforti, stipati all'interno della bottega, che progressivamente finiscono per simboleggiare una metafora dell'esistenza, quella "zona d'ombra e di conforto in cui si recuperano gli stimoli necessari per andare avanti".

 

 

 

 

 

 

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Il Fatto Quotidiano, 2010

15.05.14

Recensioni di "Il Cimitero dei pianoforti"

 

Paolo Collo

 

Se c’è ancora qualcuno che pensa che la letteratura portoghese contemporanea significhi solo il pur grandissimo e indimenticabile Saramago, consigliamo questo insolito, bellissimo testo di un giovane – è del 1974 – alentejano autore di romanzi, poesie e testi per il teatro. Il romanzo è una cronaca famigliare in cui si alternano le voci dei vari protagonisti: il padre, ormai defunto, e il figlio, maratoneta alle Olimpiadi del 1912 (e saranno proprio i chilometri di quella gara a scandire il susseguirsi dei capitoli). Luogo di unione delle varie storie che via via vengono raccontate, la loro falegnameria, all’interno della quale si cela il “cimitero dei pianoforti” – sfasciati, abbandonati, azzoppati, scordati –, luogo di ricordi, nascondiglio, metafora delle vite loro e delle persone a loro vicine. Una scrittura ricercata, intensa, evocativa, a volte geniale. E soprattutto musicale, come per una partitura. “Una rivelazione”, come ebbe a dire proprio Saramago.

 

 

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Solo Libri, 2010

15.05.14

Recensioni di "Il Cimitero dei Pianoforti"

 

Camilla Biagini

 

Le voci di padre e figlio si rincorrono in questo romanzo pieni di ricordi che coinvolge il lettore nella storia di questa famiglia portoghese sino a trasformarlo in un testimone, in un amico, quasi in una persona di famiglia.

 

La voce del padre ripercorre il passato, un passato fatto di illusioni e di fallimenti, un passato fatto di una moglie stupenda e di ben quattro figli ma solcato anche dalla violenza causata dall’alcol. Dopo una lunga malattia è morto senza lasciare dietro di sè alcun segno di successo e adesso può soltanto viaggiare nella memoria e osservare il presente e suo figlio da lontano senza poter, purtroppo, intervenire in alcun modo sul corso degli eventi.

 

Anche la voce del figlio Francisco ripercorre il suo passato mentre passo dopo passo partecipa alla maratona dei Giochi Olimpici di Stoccolma del 1912. "Il suono del vento mi attraversava le orecchie come il ruggito dell’universo. Forse è come il rumore che si fa quando si passa dentro al tempo, quando lo si attraversa con tutto il corpo: le braccia e le gambe che attraversano il tempo, il petto che attraversa il tempo e il viso che si porta dentro tutta l’eternità."

Francisco mentre corre pensa anche al futuro e a sua moglie che sta per mettere al mondo il suo bambino. Quel futuro lui non lo vedrà mai perchè proprio durante quella corsa troverà la morte a causa di un’insolazione.

 

Al centro dei loro ricordi vi è la bottega del falegname dove il padre ha fatto il proprio apprendistato e dove ha iniziato a lavorare, la stessa bottega tramandata di padre in figlio che possiede anche una stanza tenuta sempre chiusa a chiave dove si trovano vecchi pianoforti quasi fosse un vero e proprio cimitero dipianoforti.

 

Questo romanzo parla di vita e di morte, di amore e di solitudine. È un romanzo amaro ma anche commovente che avvolge il lettore con la paura che la vita possa colpire con le sue disgrazie ma anche con la speranza che qualcosa di bello possa sempre accadere.

 

 

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The Observer (The Guardian), 2nd November 2008

15.05.14

Portuguese Parables

 

By Mary Fitzgerald

 

This novel is a collection of loosely linked stories set in an unnamed Portuguese village populated by, among others, the Devil; a malicious giant; a set of Siamese twins joined at the tips of their little fingers; and José the shepherd who, after a run-in with the Devil, is fated to a life of unrelenting pain. Their lives are blighted by poverty and hardship but while their stories are often brutal there are unforgettable moments of tenderness - José's love for his infant son, the marriage of the cook to one of the Siamese twins, and the (relative) domestic bliss into which the three of them settle. Peixoto's writing possesses a rare, rhythmic beauty revisiting notions that might, in the hands of a lesser writer, seem clichéd but here acquire a haunting resonance.

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The National (United Arab Emirates), 14th November 2008

15.05.14

Blank Gaze

 

By Hephzibah Anderson.

 

The backdrop to this affecting novel is an unnamed village in Alentejo, Portugal’s scorching, dirt-poor south. I can tell you this mainly because it says so on the accompanying press release. Paradoxically, though the book itself conveys an evocative sense of place, that place might be almost any impoverished, sun-baked village the world over.

Artfully translated by Richard Zenith, the location is specified mostly by the characters’ names – José, Rafael, old Gabriel. Yet in every other detail, the village and the hardscrabble dramas that unfold within its public and private spaces are universal and timeless. Many characters, the women especially, go unnamed. All love and hate, strive and suffer. Babies are born and the dead are mourned. Apprentices must be trained, livestock tended and vegetable patches watered. And, as in any village, there is gossip. José the shepherd learns this the hard way when he weds the woman who cleans the deserted rich people’s house just outside the village.

 

From that moment on, she becomes known as José’s wife, but her other name is not forgotten. A motherless teenager, she watched her beloved father die a painful death, the legacy of a lifetime spent stood over a brick kiln. All alone, she fell prey to a man known as “the giant”, and eventually had to have an abortion. So when neighbours ask after José’s wife, he hears the name they still silently use – “whore” – and is tortured by the images it conjures up.

 

Among those who remember José’s wife as a cheery small girl are the Siamese twins Moisés and Elias. Joined at the tip of their little finger, they share the same wrinkles and have an identical number of white hairs on their heads. When Moisés falls in love with “the cook”, they both move in with her. 

The second part of the novel tracks the lot of these characters’ offspring. Will they fare any better than their parents, or will the tug of dynastic fate prove irresistible? Throughout, the narrative flits between the third and first person, observing each character from without before showing us the world through his or her eyes.

 

The story’s universality is underscored by its more fantastical touches. In addition to the giant, there is the local cleric who is dubbed “the devil”, and who knows exactly how to needle his flock. An old man lives to be 150, a woman gives birth in her 70s, and an orphaned child survives solely on baby fat for three years. 

Meanwhile, up in the rich people’s house, a chest in the hallway contains a disembodied voice whose gnomic utterances provide a recurring image: what if the earth was inverted, so that the sky was really “a huge sea of fresh water and we, instead of walking under it, walk on top of it; perhaps we see everything upside down.”

 

Peixoto is a recipient of the José Saramago Prize, named after Portugal’s Nobel laureate. The influence of the elder José’s work echoes throughout Blank Gaze, particularly in its blend of realism and fantasy. Yet the novel also keys in to English-language literary trends. Its more whimsical aspects, for instance, chime with the work of Jonathan Safran Foer. 

One character who remains shadowy is “the man who writes in a room without windows”. Though he is never glimpsed, the sound of his pages being crumpled can sometimes be heard when babies forget to cry and mothers pause to gather their strength. He adds a note of mischief to a magical, majestic portrait of individuals who see the beauty of life even when its harshness makes it feel like their adversary.

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San Francisco Chronicle, 22nd August 2008

15.05.14

Peixoto transcend translation

 

By Tatyana Gershkovich.

 

Translation gets a bad rap. At one point or another, every reader has soured on a book in translation after some pompous polyglot declares, "Ah, but you should read the original!" No doubt, much can be lost. But a book's journey around the world also offers an occasion to re-examine and refine its most remarkable attributes, attributes that might have been obscured by an initial choice of words, or - in the case of José Luís Peixoto's splendidly demanding novel - a title.

 

Published originally in Portuguese as "Blank Gaze" (2001), the book is set in an unnamed town in the arid, sun-bleached Alentejo region of Portugal. It's an austere name for an austere place. Peixoto - in Richard Zenith's translation - weaves together stories of the town's inhabitants, some told from their own perspectives and others related by an unknown and detached observer. A shepherd learns of his wife's infidelity and confronts her lover. Conjoined twin brothers marry the town cook and lose each other. A deformed child is born to a blind prostitute and a crippled carpenter, confronting them with the grotesque consequences of their love. The brutality of nature permeates each tale. "The sun shows us our own desperateness," says Old Gabriel, the town's 120-year-old wise man. "For those with understanding, this sun is the hand that caresses us and crushes us."

 

Dialogue is nearly absent from the novel. Peixoto's characters speak in streams of consciousness and only to themselves. They have a deeply rooted distrust of language, perhaps because they can neither read nor write. But what a marvelous chance for the author to display his own linguistic virtuosity! The images Peixoto evokes in helping his characters communicate without words are singular and unforgettable. The cook tells her husband, Moisés, that she's sick of eating the same old thing by preparing "a platter with shapely, wide-open potato legs and an open, steaming vagina made of collard greens which, by a trick of her culinary art, slowly contracted ... until it became a collard-green vagina that was irrevocably closed and dried up."

 

The cook adheres faithfully to the principle "Show, don't tell," but elsewhere, Peixoto occasionally falters. The author is too blunt in conveying his notion that a look succeeds where language fails. The shepherd José realizes he has always been a stranger to his wife, but he is granted one moment of communion with her when they exchange glances: "Wife, I don't know what we were, but I know this day that you are mine. ... Your gaze and your silence are my own." The eye as window to the soul is a well-worn notion, one made less bearable by the allusion to it in the original title. "Blank Gaze" reveals a blemish instead of pointing to the bountiful originality in Peixoto's work.

 

The work will make its American debut under a loftier title: "The Implacable Order of Things." But what the title loses in austerity it gains in purpose, illuminating the novel's deeper theme of co-existence between order and chaos, and revealing the author's immense artistic ambition.

In telling the history of the village, Peixoto examines the forces that govern our lives and creates a hierarchy among them. First, he peels away the least important, the man-made institutions of government and religion. The wealthy landowners who used to oversee the village move away; the villagers forget the names of the saints and lose their religion. The bonds of love and marriage remain a little longer, but they, too, disintegrate after lovers grasp the insurmountable psychic distance between each other.

 

Nature appears to prevail as the governing force, and Peixoto's brilliance and power as an artist are precisely in his desire to mimic nature's ability to create and destroy simultaneously. From the first words of his novel, as the silhouettes of his characters begin to come alive, Peixoto is already in the process of destroying their world. He inverts the landscape - "perhaps we see everything upside down and the earth is a kind of sky" - and then proceeds to let his universe collapse in on itself.

 

This challenging novel is a testament to the artistic ambitious of its author, whose bold experiments with form and arresting imagery have earned the 33-year-old a José Saramago literary award. José Luís Peixoto's work is now available in 12 languages, and it is well worth knowing - even in translation.

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Bolletino Università di Bologna I-II, 2005

15.05.14

Questra terra ora crudele

 

Di Silvia Cavalieri

 

José Luís Peixoto è ben contento che Questa terra ora crudele sia la sua prima opera perché è praticamente sicuro che da questo breve libretto, scritto a soli ventidue anni, non prenderà mai le distanze: «Tanti autori rinnegano i loro esordi letterari e fanno di tutto per farli dimenticare; io, invece, che se leggo un testo che ho scritto una settimana fa già non mi ci riconosco più del tutto, ancora oggi non aggiungerei né toglierei una riga a Questa terra ora crudele», diceva lo scrittore portoghese, durante un incontro a Bologna, l'11 maggio 2005.


Il segreto del «permanere intatta» di questa opera sarà forse l'estrema autenticità della sua ispirazione, quell'urgenza espressiva che il lutto spesso genera (ma che, al tempo stesso, ostacola, dando origine spesso a un balbettio impotente o a scritture-sfogo che non riescono a farsi letteratura) coniugata con un «periodo di decantazione» di circa quattro anni, prima che Peixoto prendesse la decisione di pubblicarla, nel maggio del 2000, in un'edizione da lui stesso finanziata, che ottenne un grande successo in Portogallo e si esaurì in poco tempo. Il libro verrà poi ripubblicato, nel febbraio 2001, dalla Temas e Debates, la casa editrice lisboneta con cui è uscita la maggior parte dell'opera di questo autore, dopo il grande successo del suo primo romanzo, Nessuno Sguardo, vincitore, fra l'altro, del prestigioso «Prémio Saramago».


Si tratta di un testo difficilmente classificabile secondo le scansioni canoniche, una sorta di lunga lettera al padre prematuramente scomparso, in cui si condensano il dolore straziante per questa perdita irreparabile e l'iniziazione del giovane autore alla vita adulta, l'assunzione su di sé dell'eredità morale che il padre gli ha lasciato e che lui si impegna a mantenere e a trasmettere. E la sovversione, nell'ordine delle traduzioni italiane, della cronologia reale delle opere di Peixoto fa sì che questo breve scritto - una sessantina di pagine scritte a caratteri grandi e righe rade che sembrano quasi un invito a soppesare ogni parola e trasmettono bene l'idea della cura con cui questo autore compone i suoi testi - si affacci sul panorama letterario nazionale come una conferma. Conferma non solo perché abbiamo la sensazione di trovarci davanti a una scrittura che debutta già matura, dotata dello stile inconfondibile che ha siglato uno dei successi più rapidi e repentini nella letteratura portoghese contemporanea, ma anche perché la promessa che il giovane figlio fa al padre defunto in Questa terra ora crudele, la promessa di non dimenticare e di riportare in vita il loro mondo («Lo porterò davvero, padre. Il mondo solare. Lo riconoscerò perché non l'ho dimenticato. E vi sarà di nuovo anche il tempo, e anche la vita. Senza di te e sempre con te.», p. 60), il lettore sa che è già stata mantenuta e che Peixoto ne rinnova l'adempimento con ogni suo scritto che vede la luce: il figlio diventa così «il ragazzo custode di vita che sempre hai voluto ch'io fossi» (p. 15) e lo fa con gli strumenti della letteratura, facendo della sua scrittura la testimonianza di un mondo in rovina, salvato dall'oblio del silenzio e riportato a nuova vita attraverso la parola. Lo scrittore allora, perduta la spensieratezza di un'infanzia felice e gonfia d'affetti, accetta la sua condizione di «bambino in rovina» e fa della sua scrittura una custode del passato, ribadendo la parentela stretta che intercorre fra letteratura e memoria, una memoria viva, carnale, «un miscuglio di carne e luce o ombra» (p. 16), dove luce e ombra, due elementi basilari nella poetica di Peixoto, non si elidono, ma si affiancano a delineare i tratti di un universo costituzionalmente ossimorico, dove le dicotomie astratte non esistono e tutto si fonde e si confonde in un caos che ricorda molto da vicino il mondo. E in effetti, la scrittura si allaccia, in questa prospettiva, sia alla vita (che nella sua versione più autentica è soprattutto amore) sia alla morte, come una trama di buio e di luce, che trova un'immagine molto poetica nel secondo romanzo di Peixoto, Una casa nel buio, in quella figura femminile che prende forma dentro al protagonista un giorno, a partire dai punti di luce che ci rimangono negli occhi quando li richiudiamo e continuiamo a vedere. La stretta relazione che intercorre fra questo personaggio e la scrittura è messa in evidenza lungo tutto il romanzo: lei è il testo, è il senso stesso delle parole, è attraverso la scrittura che il narratore le si avvicina fin quasi a sfiorarla ed è solo attraverso le parole da lui scritte che il loro amore è possibile. Lei stessa scomparirà tristemente a partire dal momento in cui il protagonista, crudelmente menomato delle braccia e delle gambe per opera dei soldati invasori, non potrà più scrivere. L'identificazione tra questa donna - la sola donna che il protagonista abbia mai veramente amato - e la scrittura è totale, come sottolinea anche Vincenzo Russo nella postfazione, ma vi è un particolare estremamente significativo che merita, a mio avviso, più attenzione: il momento in cui il narratore si reca al cimitero insieme al suo migliore amico, il principe di calicatri, per vedere il luogo in cui verrà sepolto il suo editore e rimane sconvolto davanti a una tomba con sopra la fotografia proprio della donna che lui ha dentro, con su stampata una data di morte che risale a molti anni prima (v. pp. 51-52). Questa scena trova una spiegazione plausibile proprio grazie alla parentela strettissima che intercorre tra la letteratura e la morte: la letteratura è frutto di un'indigenza ed è nel lutto che essa si genera. A partire da questo attraversamento del trauma prende vita e lei stessa si fa sostanza vivificante: la centralità della morte è evidente nel titolo portoghese di Questa terra ora crudele che è Morreste-me. La scelta di cambiare completamente il titolo, nella versione italiana, frutto forse anche, come sottolineava Paolo Nori durante l'incontro a Bologna, di una certa allergia della nostra editoria nei confronti della parola «morte», mi pare tuttavia condivisibile anche in virtù del fatto che una traduzione letterale come «Mi sei morto» perderebbe molta della densità che la particolare formazione del riflessivo in frase affermativa conferisce al portoghese: da un'unica sferzante parola a tre, con una notevole dispersione degli effetti. Il titolo scelto, estrapolato dalla prima frase dell'opera che ricorre altre volte nel corso del romanzo sempre in posizioni importanti, oltre ad avere un ritmo molto bello, ha il merito di porre al centro dell'attenzione il tema della crudeltà. Un tema cruciale nell'opera di questo autore, che si inserisce all'interno di una topica estremamente viva nell'ambito della letteratura portoghese, soprattutto contemporanea, che è quella della colpa: una colpa assurda e incontrastabile, un fardello che tutti gli uomini devono portare e di cui nessuno è veramente responsabile, come sottolineano le parole di Margaret Atwood che Peixoto ha scelto di mettere come epigrafe di Una casa nel buio e su cui scelgo di congedarmi:

Non dire così, dice lei. Non è colpa mia.
Neanche mia. Diciamo che ci tocca pagare
per i peccati dei nostri padri.
È inutilmente crudele, dice lei in tono freddo.
Quand'è che è utile la crudeltà? dice lui.
E in che quantità? Leggi i giornali
Non sono stato io a inventare il mondo.

 

José Luís Peixoto, Questa terra ora crudele, traduzione di Giulia Lanciani, Roma, La Nuova Frontiera, 2005

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L'Unità, 2004

15.05.14

Le invasioni barbariche secondo Peixoto

 

De Sergio Pent

 

 

Nella dimensione onirica delle narrazioni estreme, dove linguaggio e sperimentazione testuale diventano il metro di misura di un confronto sempre aperto con le potenzialità del romanzo, si muove la penna ‑ o la tastiera ‑ del trentenne portoghese José Luis Peixoto. Anche il suo secondo tour de force nel gorgo della parola sfruttata alle sue massime potenzialità espressive viene tradotto dalle edizioni La Nuova Frontiera (Una casa nel buio , pagg 267, euro 16,50), coerenti ‑ ed eleganti ‑ nel perseguire una loro discreta, ponderata ricerca nell'area narrativa portoghese e spagnola. I nomi che rimbalzano in questo nuovo libro ‑ soffocante, coraggioso, mortifero ‑ occuperebbero lo spazio di mezza recensione, per cui diremo solo che, se anche si può accennare alle radici virtuali di un Faulkner, sono ben riconoscibili i tratti ereditari del Saramago più recente, impegnato in un aspro confronto tra ricerca e meditazione sul declino antropologico dell'occidente. Peixoto insegue una personale teoria narrativa che sembra perdersi nei meandri dell'inesplicabile, là dove allegoria e metafora rischiano talvolta di perdere il contatto diretto con il lettore. È comunque un'impresa ammirevole, dettata dalla volontà di ricerca spesso difficile da trovare nei giovani narratori: Eggers, Safran Foer, sono questi ‑ forse ‑ i nomi più vicini alle ossessioni di Peixoto. Ma in questo delirante Una casa nel buio che si allontana ancor di più dal simbolismo già coriaceo del precedente Nessuno sguardo, nonché la deviazione un po' ribelle e anarchica dalle grandi autostrade tracciate da Cortàzar, Borges e Calvino.


La sostanza del romanzo risiede tutta nella sua reiterata ossessione, impalpabile quanto granguignolesca, senza tempo né spazio e tuttavia calata nell'attuale paura di nuove orde barbariche che distruggano la fragilità del nostro benessere. La casa è immersa nel buio, popolata di gatti vagabondi e abitata da un io narrante giovane e già famoso scrittore, da una madre vedova e dalla schiava miriam: tutti i nomi sono in carattere minuscolo, come per nascondersi al fragore degli eventi. Lo scrittore cerca l'amore estremo nel delirio per una donna morta che vive nei suoi pensieri, la madre e miriam recuperano ‑ o spengono ‑ l'orrore per la morte del padre e della schiava maddalena, amanti e suicidi. Quando dai confini del buio l'impero è invaso da orde barbariche spietate, alla casa arrivano altri personaggi, il principe di calicatri, il visconte di dedodida, il violinista e il signor nessuno, subito raggiunti e mutilati dagli invasori. Allo scrittore vengono tagliate braccia e gambe, al principe estirpato il cuore, la schiava miriam è l'oggetto con cui si intrattengono i barbari, in una discesa verso la distruzione della civiltà che rappresenta la più atroce delle allegorie possibili. Difficile valutare - e spiegare - l'entità fisiologica di certe relazioni testuali, paradossali quanto metaforiche. Rimane dentro, alla fine, la sensazione di un virtuosismo non gratuito, di una ricerca viscerale della parola «amore» che passa attraverso l'intreccio di questi destini assoluti, attraverso il sangue, la peste, la distruzione che da sempre caratterizzano la Storia quando il mondo sembra esplodere per poi ricominciare a girare.

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UOL, 24 Janeiro 2010

15.05.14

 

Com "Uma Casa na Escuridão", Peixoto se destaca entre escritores da nova literatura portuguesa

 

Daniel Benevides

 

"Era uma vez o fim de tarde." A um só tempo muito familiar e estranha, a primeira frase dá o tom do terceiro romance do premiado escritor e poeta José Luís Peixoto, lançado em Portugal em 2002 e agora aqui. Pois "Uma Casa na Escuridão" pertence a um gênero único, misto de fábula apocalíptica, realismo mágico e prosa poética. Algo entre o Ítalo Calvino de "Um Visconde Partido ao Meio" e "Nos Penhascos de Mármore", do Ernst Jünger. Mas com o inconfundível toque de melancolia da terra de Camões.

 

A história começa suavemente, com o mencionado fim de tarde. Sabe-se, no entanto, que há uma ameaça no ar. As epígrafes, falando de misericórdia e crueldade, colocam, de cara, nuvens negras sobre o texto. O narrador é, por acaso ou não, um conhecido romancista, para quem as palavras têm poderes especiais. Elas são capazes, por exemplo, de conjurar, tornar concreta, "a mais bela mulher do mundo".

 

Na casa do título vivem, num estado de torpor contemplativo, o narrador, sua mãe apática, o pai moribundo e as prestativas escravas madalena e miriam (assim mesmo, com minúscula, como os demais nomes no livro), além de um bando de gatos, que se acumulam pelos cômodos e corredores. A tranqüilidade só é perturbada pela escrita febril do narrador, que assim dialoga com a amada que lhe surge na imaginação. "Dentro de mim, ela existia para lá de mim", escreve.

 

Uma violência inusitada começa a dar as caras quando o pai, antes do último suspiro, aplica uma machada no peito de madalena, que era sua amante. A cena, descrita com naturalidade, mostra que estamos em um terreno movediço, entre o real e o absurdo. Jorra o sangue, e as palavras continuam a fluir indiferentemente, em seu ritmo encantatório, às vezes se repetindo, como num mantra, numa cantata.

 

A partir daí, as surpresas se sucedem, prendendo o leitor, que, no entanto, não sabe bem o que pensar. E nem precisa. No curioso mundo de Peixoto há espaço para tudo, sem discriminação, inclusive a ironia. Dentro do romance, por exemplo, é crime editores recusarem originais de novos autores. O próprio editor do narrador está preso e acaba morrendo trespassado por uma lança, no momento em que liderava uma rebelião.

 

Se a literatura - ou o mau uso dela - tem esse peso, a música simplesmente inexiste, no que talvez seja outro golpe de ironia. É preciso surgir um violinista estrangeiro, alguém de fora do âmbito do livro, para que ela entre na história, embevecendo os personagens. Mas o andamento ora distendido, ora brusco do romance, trata logo de destruir esse enlevo sonoro. É quando surge a escuridão, na forma de uma horda de bárbaros com barbas até a cintura, empunhando espadas de fio cruel. O engraçado é que, na correria, em meio ao pânico, a população faz filas nas livrarias, como se os livros fossem produtos de primeira necessidade (bem...são, né? Ou não?).

 

Contar mais seria deselegante. O que se pode dizer é que, como se quisesse combater um excesso de delicadeza ou lirismo, o autor adiciona elementos de extrema brutalidade, deixando o singelo "era uma vez" inicial com cara de porta para o inferno. Trechos de salmos abrindo os capítulos dão mesmo uma proporção bíblica às mutilações reais e metafóricas que se seguem.

 

"Uma Casa na Escuridão" é, em suma, um livro profundamente desencantado, mas escrito num estilo de excêntrica beleza. A contradição aparente entre forma e conteúdo provoca um peculiar efeito de distanciamento. Peixoto, cujo "Cemitério de Pianos" também foi lançado por aqui, não parece querer chocar o leitor, ainda que suas imagens cheguem às raias de um horror impensável. Sua obra é antes, como bem alerta a orelha, uma alegoria da falência da civilização. A intensidade lírica, no entanto, sugere menos uma proposta de reflexão e mais uma emocionante tentativa de expiação. A culpa, afinal, é nossa.

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inmayores, 2009

15.05.14

Los viejos de Peixoto

 

Historias de nuestra casa (Casa editorial HUM, Montevideo, 2009) compila veintidós cuentos y poemas del escritor portugués José Luís Peixoto (Galveias, 1974). En esta edición aparecen traducidos al castellano Morresteme (2000) y los cuentos y poemas publicados en Cal (2007), que incluyera además originalmente una obra teatral. El libro fue presentado por el autor en el Centro Cultural de España de Montevideo el 6 de octubre de 2009.

 

En estas historias se aborda la diversidad cotidiana de un pueblo. Los relatos transitan por los mundos afectivos y las vicisitudes de mujeres y hombres que envejecen. Este concierto humano testimonia tanto la variedad de vivencias de estos personajes como sus distintas maneras de desarrollar el proceso de envejecimiento; e integra a las edades jóvenes, que como las mayores, crecen, quieren vivir y mueren. Son tierras donde los campanarios dan todavía sus lentos toques fúnebres y las señoras mayores comprenden en ese aviso a quién le tocó partir.

 

El autor sigue el precepto de describir la aldea. Sus textos se elaboran, principalmente, sobre la vida en zonas semi-rurales del Portugal actual, haciendo de estos pagos de puertas sin trancar, el escenario principal de los relatos. Con referencias visuales o sonoras ubica el medio de vida, las huertas, los montes y caminos, la represa o las plantaciones de olivos y alcornoques. Mientras que los episodios de la historia de la comunidad son mojones en la biografía de los personajes. Desde los pequeños sucesos del pueblo, al acontecimiento nacional de la Revolución de los Claveles que puso fin, el 25 de abril de 1974, a la dictadura más larga del siglo XX europeo.

 

Algunos relatos tienen un fuerte carácter testimonial. Desarrollando los cursos afectivos que componen las relaciones entre las personas. La máxima cercanía del autor con sus personajes, se plantea en "Ver a mi abuela" o "Te me moriste", escrito en memoria de su padre. En ningún caso esto se agota en lo anecdótico del hecho, sino que oficia de punto de partida para la creación de la trama poética.

 

Sensible cronista de la cotidianidad, Peixoto utiliza en sus narraciones el despliegue de los distintos puntos de vista que pueden tener los personajes sobre los hechos. Así como lo que pueden llegar a pensar los actores de un relato sobre ese mismo relato. Un hombre acerca de quien ha escrito, se entera de tal cosa. Pasa las tardes en la plaza desde que dejó de trabajar en el campo. "El hombre que está sentado" explora la situación en primera persona de un hombre viejo a quien le fueron a contar que "el hijo de Peixoto" (p. 37) había escrito sobre él. La muchacha que le contó y tiene el libro probatorio, no puede explicarle a qué se debería tal cosa. Ese aparente sinsentido lo hace desconfiar, resistiéndose a que se lo lea. Ella -cuenta el hombre-, tiene estudios y por eso fue desde Lisboa a trabajar en la Junta local. Él no aprendió a leer. "Sabes que, en aquel momento, la gente podía hacerlo. Ese fue el gran disgusto de mi madre: nueve hijos, siete muchachas y dos muchachos, y ninguno pudo aprender a leer" (p. 37). El hombre se queda con el libro y la curiosidad acumulada de un día al otro, desembocará en la oportunidad de un nuevo encuentro.

 

A la transformación en la percepción y preferencias artísticas con el correr de los años, lo puede acompañar una reflexión que intente dar un sentido nuevo a los cambios vividos. "Por las noches releía libros que había leído hacía mucho tiempo. En las páginas de esas noches, existía la luna y era como si, a medida que los releía, reconociera lo que había leído un día en aquellas páginas. Había momentos, frases, en que pensaba y sentía exactamente lo que ya había sentido y que, al mismo tiempo, era como si fuera la primera vez" (p. 62).

 

Algunos de estos personajes que envejecen viven con sus familias. Otros, solos, van procesando duelos y volviéndose a enamorar. Un hombre que enviudó hace unos años comenta: "Durante meses no supe vivir. Después, muy despacio, como un vicio que se recupera, fui encontrando pedazos de mí" (p. 61). "Despacio, resucitaba, era viejo y nacía" (p. 62). Este hombre podrá luego escuchar las voces de otros amores, además de las de sus hijos y nietos. "Fue uno de esos días que conocí a Mariana. Su voz diciéndome: Mariana" (p. 62). Después: "Su voz diciéndome: Beatriz" (p.62). Y luego: "Una voz muy tímida: Susana" (p. 63). Los comentarios de los vecinos, claro, también podían escucharse.

 

En aquel entonces, una mujer: "Tenía más de ochenta años y esa es una edad de decisiones para toda la vida" (p. 9). Variaciones de este motivo estructuran "La edad de las manos". El movimiento del relato podrá hacer pensar que a cualquier edad las decisiones son nuevas orientaciones de la vida.

La relación entre las ancianas, con sus maneras, entreteje las tareas del día con las novedades públicas y privadas del pueblo: "En ocasiones, entra en la casa de las vecinas. Las puertas están abiertas. Las vecinas entran en su casa. Y se quedan a hablar. Bajan la voz cuando no quieren que nadie las oiga aunque estén solas, cuando hablan de alguien: sabes qué le pasó a, y dicen un nombre cualquiera. Tratarse de tú es la prueba inusitada de que, en otro tiempo, fueron jóvenes, fueron muchachas con ideas sobre lo que serían cuando tuvieran la edad que tienen" (p. 94).

 

La dimensión intergeneracional es mostrada con sus beneficios recíprocos. La relación del narrador con su abuela, es mutuo reflejo de sus vidas: "(...) me llama: mi José Luís. Su voz es delicada porque, como los objetos, es antigua. (...) Lo importante es que nos quedamos juntos por momentos, nos vemos. Damos sentido el uno al otro" (p. 96).

 

El libro no cae en una idealización de los lazos entre generaciones. La muchacha de "La vida junto al río" fue besada por un joven y transgredió en poco más de eso. La consecuencia lógica para su madre sádica es encerrarla. "(...) me agarraron el tobillo y lo atraparon en una esposa de hierro, que estaba atada a una cadena, que estaba atada a una pared, que estaba dentro de la pared. Cerraron la puerta. Me quedé tendida en el piso" (p. 105). La madre, durante algún tiempo, llevaba a cenar a los postulantes que estimaba convenientes. "Las criadas envejecieron. Mi madre envejeció. Yo envejecí. Dejaron de venir hombres a verme" (p. 106 ). Cuarenta años después, la madre muere y llega a término la condena. Nada quedaba entonces de aquel hermoso muchacho. Hasta el árbol viejo, donde la aguardaba su ausencia, había sido talado. Anciana y deforme, sale al mundo hablando con Dios. Hablaba con él hacía tiempo. "En una de esas tardes indistintas unas de las otras, Dios entró en el cuarto. Moví la pierna y las cadenas se movieron. Dios se sentó a mi lado. Sus ojos eran tristes. Dios me tomó la mano y lloramos" (p. 107). "Estoy vieja. También Dios está viejo. Nos sentamos juntos y pensamos. El tiempo es más leve. Ni yo ni Dios esperamos nada" (p. 108).

 

Con este tipo de vínculo situado entre la metafísica y el delirio, empieza y termina la primera parte del libro. Se inicia con la historia de Ana, quien convive con su niño de luz: el ángel.

 

Si bien en un comienzo "Ana, a veces, se sentía tan vieja como si hubiese nacido el primer día del mundo" (p. 12), este relato aborda en sus reglas de juego el tratamiento de la temporalidad con la reversibilidad del envejecimiento. Mientras que en "La mujer que soñaba" el transcurso del tiempo es elaborado por yuxtaposición. Dos épocas que aparecen alternativamente. La mujer en su vejez y juventud, una y otra vez. Sus sueños y sentimientos una vez despierta, se anticipan a un tiempo y son luego reminiscencias. Sobre el final del relato se presenta el máximo de tensión entre ambos tiempos, superponiéndose.

 

La narrativa que presenta José Luís Peixoto en este libro, aborda al envejecimiento y la vejez con acierto y fina mirada sobre la multiplicidad de situaciones y de formas de su desarrollo.

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