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L'Unità, 2004

15.05.14

Le invasioni barbariche secondo Peixoto

 

De Sergio Pent

 

 

Nella dimensione onirica delle narrazioni estreme, dove linguaggio e sperimentazione testuale diventano il metro di misura di un confronto sempre aperto con le potenzialità del romanzo, si muove la penna ‑ o la tastiera ‑ del trentenne portoghese José Luis Peixoto. Anche il suo secondo tour de force nel gorgo della parola sfruttata alle sue massime potenzialità espressive viene tradotto dalle edizioni La Nuova Frontiera (Una casa nel buio , pagg 267, euro 16,50), coerenti ‑ ed eleganti ‑ nel perseguire una loro discreta, ponderata ricerca nell'area narrativa portoghese e spagnola. I nomi che rimbalzano in questo nuovo libro ‑ soffocante, coraggioso, mortifero ‑ occuperebbero lo spazio di mezza recensione, per cui diremo solo che, se anche si può accennare alle radici virtuali di un Faulkner, sono ben riconoscibili i tratti ereditari del Saramago più recente, impegnato in un aspro confronto tra ricerca e meditazione sul declino antropologico dell'occidente. Peixoto insegue una personale teoria narrativa che sembra perdersi nei meandri dell'inesplicabile, là dove allegoria e metafora rischiano talvolta di perdere il contatto diretto con il lettore. È comunque un'impresa ammirevole, dettata dalla volontà di ricerca spesso difficile da trovare nei giovani narratori: Eggers, Safran Foer, sono questi ‑ forse ‑ i nomi più vicini alle ossessioni di Peixoto. Ma in questo delirante Una casa nel buio che si allontana ancor di più dal simbolismo già coriaceo del precedente Nessuno sguardo, nonché la deviazione un po' ribelle e anarchica dalle grandi autostrade tracciate da Cortàzar, Borges e Calvino.


La sostanza del romanzo risiede tutta nella sua reiterata ossessione, impalpabile quanto granguignolesca, senza tempo né spazio e tuttavia calata nell'attuale paura di nuove orde barbariche che distruggano la fragilità del nostro benessere. La casa è immersa nel buio, popolata di gatti vagabondi e abitata da un io narrante giovane e già famoso scrittore, da una madre vedova e dalla schiava miriam: tutti i nomi sono in carattere minuscolo, come per nascondersi al fragore degli eventi. Lo scrittore cerca l'amore estremo nel delirio per una donna morta che vive nei suoi pensieri, la madre e miriam recuperano ‑ o spengono ‑ l'orrore per la morte del padre e della schiava maddalena, amanti e suicidi. Quando dai confini del buio l'impero è invaso da orde barbariche spietate, alla casa arrivano altri personaggi, il principe di calicatri, il visconte di dedodida, il violinista e il signor nessuno, subito raggiunti e mutilati dagli invasori. Allo scrittore vengono tagliate braccia e gambe, al principe estirpato il cuore, la schiava miriam è l'oggetto con cui si intrattengono i barbari, in una discesa verso la distruzione della civiltà che rappresenta la più atroce delle allegorie possibili. Difficile valutare - e spiegare - l'entità fisiologica di certe relazioni testuali, paradossali quanto metaforiche. Rimane dentro, alla fine, la sensazione di un virtuosismo non gratuito, di una ricerca viscerale della parola «amore» che passa attraverso l'intreccio di questi destini assoluti, attraverso il sangue, la peste, la distruzione che da sempre caratterizzano la Storia quando il mondo sembra esplodere per poi ricominciare a girare.

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Class, 2004

15.05.14

L'amore illumina la notte

 

Mimmo Stolfi

 

Una casa gotica, brulicante di gatti, schiave silenziose, madri rese folli da infelici ménage coniugali. Una casa di tenebra, percorsa da un via vai di personaggi assurdi (principi, visconti, violinisti, signor Nessuno) piagati da destini terribili, resi ancor più devastanti dall'irruzione di un manipolo di invasori demoniaci dediti a stupri, mutilazioni. sadismi e crudeltà gratuite. E poi, c'è 1ui, la voce narrante, un giovane scrittore visionario, innamorato   di una donna immaginaria che lo abita dentro e che lui può vedere, e in qualche modo amare, solo chiudendo gli occhi. Un amore immateriale, certo, la proiezione mentale dell'eterno femminino, ma pur sempre un amore capace di illuminare la notte, di squarciare, seppure per pochi istanti, la tenebra del Male.
Una casa nel buio (La Nuova frontiera, 267 pagg., 16,50 euro) del trentenne scrittore portoghese José Luis Peixoto è un'onirica discesa agli inferi, cadenzata da una scrittura scarna, squarciata da lampi lirici e ricca di reiterazioni lessicali (Peixoto è anche un poeta e si sente). Ma Una casa nel buio è soprat tutto un apologo sul Male e sul silenzio di Dio (non è casuale che le epigrafi di ogni capitolo del libro siano dei salmi biblici). L'onnipotenza di Dio è morta ad Auschwitz e nelle altre mattanze del '900. Che Dio sia fragile proprio perché è Amore, è l'unica metafora che lo salva dall'assedio del male e della colpa: ma allora noi siamo responsabili nei suoi riguardi (come Egli lo è nei nostri). Che cosa significa essere responsabili di Dio lo si comprende se si rammenta l'immagine e somiglianza che legano l'uomo a Dio: essere responsabili di Dio significa essere responsabili della sua immagine, salvarla in noi e in tutto ciò che ha vita come una lucerna che i flati terribili del male (il buio di Peixoto, insomma) tentano di spegnere. Salvarla, come fa il protagonista di questo libro, anche senza saperlo.

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Liberazione, 2004

15.05.14

Quando arrivano i barbari

 

Marco Peretti

 

Eros e Thanatos, amore e morte, un campo di battaglia che ha per posta in gioco la vita, la conservazione della specie umana. Sperare di placare questo conflitto con la musica, la letteratura, le arti può essere un'illusione. «E' già notte e i barbari non vengono. / E' arrivato qualcuno dai confini a dire che di barbari non ce ne sono più. / Come faremo adesso senza i barbari? / Dopotutto quella gente era una soluzione».


L'attesa dei barbari può essere un buon alibi al disagio della civiltà, che è poi il disagio di convivere con noi stessi, ma dietro i versi del grande poeta greco Kavafis si nasconde, ironico, l'avvertimento: il problema è dentro di noi. Lo stesso grido di speranza e di ricerca d'amore che in toni surreali sembra lanciare José Luís Peixoto nel suo romanzo Una casa nel buio (trad. di Vincenzo Russo, La Nuova Frontiera 2004, euro 16,50) ma forse è già tardi e i barbari possono ancora essere utili.


Appena trentenne, José Luis Peixoto è già   riconosciuto come una certezza della nuova letteratura portoghese. La sua vena malinconica è una lenta rappresentazione dell'elaborazione del lutto per un mondo sempre più in rovina cui il poeta, però, guarda ancora con gli occhi stupiti del bambino. L'immaginato si sovrappone al vissuto, il surreale e l'onirico ‑senza scansione del tempo ‑ diventano necessità del presente. La maturità della sua scrittura ‑ scarna ma essenziale ‑ cela il piacere per la poesia, per il verso che ritorna. La ripetizione è ostentata, quasi a negare la ricerca dei sinonimi, a negare la prosa. Romanzi, i suoi, che vanno letti a voce alta per goderne del ritmo.


Primo capitolo. L'amore. Un colpo d'ascia e il padre del narratore, ormai in fin di vita, uccide la schiava. Il figlio, allora bambino, aveva sentito tante volte la madre alzare la voce per coprire i suoni da uomo e da donna che uscivano dalla stanza chiusa e quel giorno pensò che quello era il senso più profondo dell'amore, per quello la madre avrebbe voluto esser al posto della schiava. Ora le notti son passate e come il padre che scriveva sonetti il narratore è uno scrittore. A chi gli domanda cosa scrive risponde che scrive se stesso. Lui sa che quando chiude gli occhi la vede, sa che è bellissima, la scrive e l'ama. Quel volto immaginato è identico a quello incorniciato su una tomba e quindi un giorno scoprirà che ha un cadavere dentro di sé.


Ultimo capitolo. La morte. La casa brucia. Brucia la scrivania su cui il padre scriveva sonetti, brucia il divano su cui la madre si era sdraiata tante notti, ma lei, tra le fiamme, o lei fiamma, torna per dirgli «ti amo». Il narratore nella casa che brucia per un momento è felice e muore.


«La felicità come l'amore sono momenti… momenti che la fine rende ridicoli... ma ridicoli solo prima e dopo... Non si deve aver vergogna di esser felici per qualche momento. Non si deve aver vergogna del ricordo di esser stati felici per qualche momento».


Tra l'amore e la morte nella casa nel buio, lenti passano i giorni ‑ indifferenti per il poeta che non crede più al futuro ‑ e scorre l'allegoria di Peixoto su una civiltà che non si volta più quando sente enunciare la parola amore. È una civiltà che ha bisogno dei barbari. I barbari sono una soluzione e puntualmente arrivano, mutilano, violentano, brutalizzano. Sono barbari.


Al Signor Violinista - nella casa avevano inventato le sette note - tagliano le mani e non potrà più suonare. Alla madre dello scrittore conficcano un ago nei timpani e non potrà più sublimare il dolore con la musica. Allo scrittore recidono braccia e gambe, così da diventare un giocattolo per il divertimento dei bambini dei soldati di ferro, e al principe di Calicatri, suo amico, è rimasto solo un buco rosso vivo al posto del cuore. E poi la schiava Miriam, Nessuno, il visconte di Dedodida: esseri poco umani - dai passati amori inibiti - costretti, per far fronte al buio, a tradursi in una comunità solidale. Sette personaggi, sette capitoli, «sette volte il giorno io ti lodo», recita uno dei Salmi dell'Apocalisse. Sette è il   numero perfetto - dei peccati delle virtù - e sette volte il giorno i fedeli più devoti volgono la loro preghiera al Dio dei Salmi - Salmi in epigrafe, piccole lodi sul margine alto d'ogni capitolo - , un Dio che a volte sembra vendicarsi, abbandonare l'uomo, non averne più pietà.

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Il Riformista, 2004

15.05.14

Il dormiveglia creativo del giovane Peixoto, un visionario accostato a José Saramago

 

Fillipo La Porta

 

Dall'estremo della penisola iberica ci giunge un romanzo allegorico, scritto in una lingua evocativa e fortemente lirica, che tenta di decifrare un destino solitario, estremo, ma che forse ci appartiene. Uno degli effetti positivi della globa1izzazione è che nel modello (oggi dominante) della rete ogni luogo è sia centro che periferia. E così la periferia lusitana, apparentemente arretrata e un po' in disparte, può ridiventare per un attimo centralissima e cuore palpitante della contemporaneità.


«Mi dondolavo pianissimo. come se mi fossi addormentato dondolandomi e le gambe continuassero meccaniche a puntarsi a terra e a sollevarmi lentamente...». Fin dalla prima pagina di Una casa nel buio (La Nuova Frontiera, traduzione di Vincenzo Russo, introduzione di Luis Sepulveda, 267 pagine, 16,50 euro) di José Luis Peixoto, scrittore portoghese trentenne al suo secondo romanzo (dopo il notevole Nessuno sguardo, narrazione onirico ‑ realistica del Sud del mondo), scopriamo che lo stato creativo per eccellenza è il dormiveglia, la semicoscienza, appunto il dondolarsi sulla veranda verso la fine dell'estate, come se si fosse addormentati. Da questo stato emergono ricordi, sentimenti, immagini, interrogativi sull'esistenza. Peixoto diffida di un troppo "pieno" di coscienza: se infatti si è troppo vigili succede che il nostro io ingombrante riempie tutto lo spazio a disposizione. Non riesce ad affiorare nient'altro di diverso da me. Mentre la letteratura dovrebbe allentare i vincoli dell'io, e così assomigliare idealmente alla danza e all'estasi. Il romanzo estatico di Peixoto sembra originarsi da una insonnia stordita, felice e al tempo stesso angosciata. Il suo universo sfugge ad una logica normale, asimmetrica e si imparenta invece con la logica spaesante e simmetrica dell'inconscio, quella per cui se A è maggiore di B anche B può essere maggiore di A: una donna, qui la sua traduttrice può infatti essere contemporaneamente la più bella e la più brutta, e la vita stessa può coincidere con la morte.


La trama è appena suggestione e pretesto: in una casa isolata e buia alcuni personaggi, tra cui l'io narrante, sua madre, la schiava Miriam (il suo tocco era fragile, «come una ragnatela, come un velo, come una brezza»), il Violinista, sembrano ricercare un senso all'amore mentre tutt'intorno dei barbari hanno invaso il paese. L'autore vuole pronunciare la parola «amore» fino a consumarla, fino a penetrare dentro il suo centro vuoto, come è vuoto il suo cuore («il luogo del mio cuore senza il mio cuore») e come è vuoto il centro della terra. Tutto il romanzo, che parla impudicamente di felicità e di sentimenti primari è una ricerca del vuoto insondabile ma anche prezioso, potenzialmente creativo, racchiuso dentro ogni pieno. Nella pagina di Peixoto, luttuosamente barocca, sentiamo respirare e agitarsi il corpo umano, un corpo che marcisce, che si disfa, che imputridisce, che si riempie di buchi e di macchie per la peste incipiente, mentre nello spazio circostante si muovono esseri umani che sembrano ombre. E anche l'iterazione musicale della prosa ha un timbro barocco, come quando tre intere pagine sono riempite dalla frase «voglio morire». Si conclude con un grande incendio, in cui brucia tutto, i mobili, il pavimento, i ritratti nel corridoio, in cui la sensazione di essere felice coincide con il presentimento della fine e il cielo si prepara a far cadere la notte su di noi. La verità ultima che il romanzo ci consegna sembra bruciare ogni cosa, quasi in un atto sacrificale.


Benché questo giovane talento portoghese sia stato avvicinato al connazionale José Saramago (ma è più visionario e meno affabulatore), il suo è un romanzo - poema che termina con 12 poesie ispirate al libro stesso. In ciò non distante dalla tradizione letteraria italiana, poco romanzesca e impregnata di lirismo, autobiografismo, prosa d'arte. A volte la musicalità poetica è insistita e potrebbe far nascere qualche sospetto di iperletterarietà. Però rispetto ai nostri scrittori attuali Peixoto ci sembra assai più viscerale, come se ogni frase del suo libro fosse una sfida radicale, struggente al nulla che incombe sulle nostre esistenze.

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La Repubblica, 10 Abril 2004

05.04.14

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A Bola, 2004

19.03.14

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La Repubblica, 2004

17.03.14

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Boletim Câmara Municipal de Loures, Abril 2004

17.03.14

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metroboeken, 24 Janeiro 2004

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Télérama, 18 Dezembro 2004

17.03.14

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