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Wuz Cultura & Spettacolo, 2010

15.05.14

Una musica costante: Il cimitero dei pianoforti

 

Elena Spadiliero

 

 

"Là dove si arresta il potere delle parole, comincia la musica." (Richard Wagner)

Una musica costante: leggendo Il cimitero dei pianoforti di José Luís Peixoto, continuavo a ripetermi mentalmente il titolo del libro di Vikram Seth. La musica è suggerita dalla copertina stessa dell'edizione Einaudi del romanzo: un pianoforte con i tasti consumati dal tempo e dall'incuria.

 

I protagonisti del libro sono Francisco e il padre. Fin qui tutto nella norma, se non fosse che i due sono già morti, il primo dopo una lunga malattia e il secondo durante una maratona a causa di un'insolazione (una curiosità: il personaggio di Francisco è liberamente ispirato alla figura di Francisco Lázaro, maratoneta portoghese morto dopo aver corso trenta chilometri alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912).

 

Padre e figlio ricordano aneddoti del passato, momenti legati alla vita in famiglia. Sono fantasmi, ombre presenti nella stessa stanza dei vivi, ne seguono le azioni quotidiane pur essendone definitivamente esclusi.


Gli episodi salienti del romanzo hanno luogo in una piccola falegnameria, tramandata di generazione in generazione, in cui, fra le altre cose, si riparano anche pianoforti.


Il racconto si modella sul filo dei ricordi dei suoi narratori, diventando progressivamente un lungo monologo interiore dei due protagonisti e assumendo nella narrazione di Francisco i contorni di unostream of consciousness 'joyciano'.


Di pagina in pagina viene spontaneo immaginare mentalmente la fisionomia dei personaggi o degli ambienti in cui agiscono. Ma c'è di più: avete mai provato ad associare a un passaggio di un libro una musica? Con Il cimitero dei pianoforti mi è venuto spontaneo farlo.


Per esempio, le pagine che descrivono l'incontro del padre di Francisco con la ragazza che successivamente diventerà sua moglie, mi hanno fatto pensare al NotturnoOp. 9 n. 2 di Chopin :


 


"Fu allora che la mia vita cambiò per sempre. Mi sarei vergognato se non fosse stato per la dolcezza pallida del suo volto. Era una bambina gracile e il mio sguardo si posava con delicatezza sulla pelle del collo, sulle spalle sotto il vestito a fiori. Era una bimba fragile e scalza. Sotto il suo sguardo riuscii a sentire una forza invisibile che conduceva la mia mano verso i suoi capelli, che invisibilmente me li faceva scivolare tra le dita."

Il terzo movimento della Sonata al chiaro di luna diBeethoven mentre Francisco corre nella maratona:

"Il suono del vento mi attraversava le orecchie come il ruggito dell'universo. Forse è come il rumore che si fa quando si passa dentro al tempo, quando lo si attraversa con tutto il corpo: le braccia e le gambe che attraversano il tempo, il petto che attraversa il tempo e il viso che si porta dentro tutta l'eternità."

Serenade di Schubert per la scena finale del romanzo, quando tutta la famiglia è riunita in cucina a casa di Maria per ascoltare la radiocronaca della maratona:

"Alle nove di sera, squillò il telefono. Nessuno sapeva che fare. Il trillo del telefono li lacerava, era filo spinato che scivolava sulla pelle. Mia moglie aveva le mani sulla testa perché non ce la faceva più. Marta e Maria tornarono a essere due sorelle bambine. Simão sapeva che toccava a lui rispondere al telefono. Mentre camminava, si accorgeva di avere gambe e braccia e mani. Di respirare."

I veri protagonisti del libro non sono più Francisco e il padre ma la musica e i vecchi e malandati pianoforti, stipati all'interno della bottega, che progressivamente finiscono per simboleggiare una metafora dell'esistenza, quella "zona d'ombra e di conforto in cui si recuperano gli stimoli necessari per andare avanti".

 

 

 

 

 

 

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Il Fatto Quotidiano, 2010

15.05.14

Recensioni di "Il Cimitero dei pianoforti"

 

Paolo Collo

 

Se c’è ancora qualcuno che pensa che la letteratura portoghese contemporanea significhi solo il pur grandissimo e indimenticabile Saramago, consigliamo questo insolito, bellissimo testo di un giovane – è del 1974 – alentejano autore di romanzi, poesie e testi per il teatro. Il romanzo è una cronaca famigliare in cui si alternano le voci dei vari protagonisti: il padre, ormai defunto, e il figlio, maratoneta alle Olimpiadi del 1912 (e saranno proprio i chilometri di quella gara a scandire il susseguirsi dei capitoli). Luogo di unione delle varie storie che via via vengono raccontate, la loro falegnameria, all’interno della quale si cela il “cimitero dei pianoforti” – sfasciati, abbandonati, azzoppati, scordati –, luogo di ricordi, nascondiglio, metafora delle vite loro e delle persone a loro vicine. Una scrittura ricercata, intensa, evocativa, a volte geniale. E soprattutto musicale, come per una partitura. “Una rivelazione”, come ebbe a dire proprio Saramago.

 

 

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Solo Libri, 2010

15.05.14

Recensioni di "Il Cimitero dei Pianoforti"

 

Camilla Biagini

 

Le voci di padre e figlio si rincorrono in questo romanzo pieni di ricordi che coinvolge il lettore nella storia di questa famiglia portoghese sino a trasformarlo in un testimone, in un amico, quasi in una persona di famiglia.

 

La voce del padre ripercorre il passato, un passato fatto di illusioni e di fallimenti, un passato fatto di una moglie stupenda e di ben quattro figli ma solcato anche dalla violenza causata dall’alcol. Dopo una lunga malattia è morto senza lasciare dietro di sè alcun segno di successo e adesso può soltanto viaggiare nella memoria e osservare il presente e suo figlio da lontano senza poter, purtroppo, intervenire in alcun modo sul corso degli eventi.

 

Anche la voce del figlio Francisco ripercorre il suo passato mentre passo dopo passo partecipa alla maratona dei Giochi Olimpici di Stoccolma del 1912. "Il suono del vento mi attraversava le orecchie come il ruggito dell’universo. Forse è come il rumore che si fa quando si passa dentro al tempo, quando lo si attraversa con tutto il corpo: le braccia e le gambe che attraversano il tempo, il petto che attraversa il tempo e il viso che si porta dentro tutta l’eternità."

Francisco mentre corre pensa anche al futuro e a sua moglie che sta per mettere al mondo il suo bambino. Quel futuro lui non lo vedrà mai perchè proprio durante quella corsa troverà la morte a causa di un’insolazione.

 

Al centro dei loro ricordi vi è la bottega del falegname dove il padre ha fatto il proprio apprendistato e dove ha iniziato a lavorare, la stessa bottega tramandata di padre in figlio che possiede anche una stanza tenuta sempre chiusa a chiave dove si trovano vecchi pianoforti quasi fosse un vero e proprio cimitero dipianoforti.

 

Questo romanzo parla di vita e di morte, di amore e di solitudine. È un romanzo amaro ma anche commovente che avvolge il lettore con la paura che la vita possa colpire con le sue disgrazie ma anche con la speranza che qualcosa di bello possa sempre accadere.

 

 

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UOL, 24 Janeiro 2010

15.05.14

 

Com "Uma Casa na Escuridão", Peixoto se destaca entre escritores da nova literatura portuguesa

 

Daniel Benevides

 

"Era uma vez o fim de tarde." A um só tempo muito familiar e estranha, a primeira frase dá o tom do terceiro romance do premiado escritor e poeta José Luís Peixoto, lançado em Portugal em 2002 e agora aqui. Pois "Uma Casa na Escuridão" pertence a um gênero único, misto de fábula apocalíptica, realismo mágico e prosa poética. Algo entre o Ítalo Calvino de "Um Visconde Partido ao Meio" e "Nos Penhascos de Mármore", do Ernst Jünger. Mas com o inconfundível toque de melancolia da terra de Camões.

 

A história começa suavemente, com o mencionado fim de tarde. Sabe-se, no entanto, que há uma ameaça no ar. As epígrafes, falando de misericórdia e crueldade, colocam, de cara, nuvens negras sobre o texto. O narrador é, por acaso ou não, um conhecido romancista, para quem as palavras têm poderes especiais. Elas são capazes, por exemplo, de conjurar, tornar concreta, "a mais bela mulher do mundo".

 

Na casa do título vivem, num estado de torpor contemplativo, o narrador, sua mãe apática, o pai moribundo e as prestativas escravas madalena e miriam (assim mesmo, com minúscula, como os demais nomes no livro), além de um bando de gatos, que se acumulam pelos cômodos e corredores. A tranqüilidade só é perturbada pela escrita febril do narrador, que assim dialoga com a amada que lhe surge na imaginação. "Dentro de mim, ela existia para lá de mim", escreve.

 

Uma violência inusitada começa a dar as caras quando o pai, antes do último suspiro, aplica uma machada no peito de madalena, que era sua amante. A cena, descrita com naturalidade, mostra que estamos em um terreno movediço, entre o real e o absurdo. Jorra o sangue, e as palavras continuam a fluir indiferentemente, em seu ritmo encantatório, às vezes se repetindo, como num mantra, numa cantata.

 

A partir daí, as surpresas se sucedem, prendendo o leitor, que, no entanto, não sabe bem o que pensar. E nem precisa. No curioso mundo de Peixoto há espaço para tudo, sem discriminação, inclusive a ironia. Dentro do romance, por exemplo, é crime editores recusarem originais de novos autores. O próprio editor do narrador está preso e acaba morrendo trespassado por uma lança, no momento em que liderava uma rebelião.

 

Se a literatura - ou o mau uso dela - tem esse peso, a música simplesmente inexiste, no que talvez seja outro golpe de ironia. É preciso surgir um violinista estrangeiro, alguém de fora do âmbito do livro, para que ela entre na história, embevecendo os personagens. Mas o andamento ora distendido, ora brusco do romance, trata logo de destruir esse enlevo sonoro. É quando surge a escuridão, na forma de uma horda de bárbaros com barbas até a cintura, empunhando espadas de fio cruel. O engraçado é que, na correria, em meio ao pânico, a população faz filas nas livrarias, como se os livros fossem produtos de primeira necessidade (bem...são, né? Ou não?).

 

Contar mais seria deselegante. O que se pode dizer é que, como se quisesse combater um excesso de delicadeza ou lirismo, o autor adiciona elementos de extrema brutalidade, deixando o singelo "era uma vez" inicial com cara de porta para o inferno. Trechos de salmos abrindo os capítulos dão mesmo uma proporção bíblica às mutilações reais e metafóricas que se seguem.

 

"Uma Casa na Escuridão" é, em suma, um livro profundamente desencantado, mas escrito num estilo de excêntrica beleza. A contradição aparente entre forma e conteúdo provoca um peculiar efeito de distanciamento. Peixoto, cujo "Cemitério de Pianos" também foi lançado por aqui, não parece querer chocar o leitor, ainda que suas imagens cheguem às raias de um horror impensável. Sua obra é antes, como bem alerta a orelha, uma alegoria da falência da civilização. A intensidade lírica, no entanto, sugere menos uma proposta de reflexão e mais uma emocionante tentativa de expiação. A culpa, afinal, é nossa.

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Público (Ípsilon), 1 de Outubro de 2010

15.05.14

Das Galveias para o mundo

 

Isabel Coutinho

 

Em "Livro" José Luís Peixoto conta uma história que não viveu, mas que os seus pais viveram: a da emigração para França nos anos 60. O escritor foi às Galveias, terra onde nasceu, lançar o seu novo romance.

 

O salão da Sociedade Filarmónica Galveense, onde José Luís Peixoto costumava ensaiar com a banda, até parecia pequeno, cheio de gente e de fotografias antigas nas paredes. Na primeira fila, atenta, a mãe do escritor - D. Alzira, que ainda vive nas Galveias, perto de Ponte de Sor, Alentejo. A vila que saltou para os seus livros e que está presente mais uma vez neste, "Livro", novo romance. Os amigos de infância, os que andaram com ele na escola, os só conhecidos, os conhecidos dos conhecidos, todos foram, segunda-feira à noite, à sessão de lançamento pedir um autógrafo ao escritor que deu as Galveias a conhecer ao mundo.

 

Aos 36 anos, José Luís Peixoto, "um dos emblemas de Portugal lá fora", como diz o seu editor Francisco José Viegas, volta a ser criança, a espreitar por uma ladeira da terra onde nasceu: "Ali era a casa da minha avó". Mais à frente, aponta para a inscrição em cima da porta da Igreja da Misericórdia de Galveias, "Misericordia tua magna est super me". Lembra que esta é a epígrafe de "Uma casa na escuridão", um dos seus romances.

 

"Independentemente de José Luís Peixoto ser um dos autores portugueses mais traduzidos no mundo, nunca esqueceu a sua raiz e permanece ligado às Galveias", continua Viegas, recordando que o jornal francês "Le Figaro", escreveu que o autor eleva até alturas grandiosas a literatura do seu país.

 

 

A vida de uma vila

 

 

Naquela noite Zé Luís, como todos o tratam, começou a autografar e não conseguiu parar. Cada autógrafo é personalizado e longo. Só assina depois de conversar com quem lhe estende o livro e lhe diz: "É para mim".

 

As Galveias são o seu lugar, são o centro do seu mundo. É inquestionável. Em "Livro" não chama "Galveias" ao lugar onde as personagens vivem apesar de ser o seu romance mais ligado àquela terra. "Não era preciso. Quem o ler - aqui nas Galveias - não tem dúvida do lugar onde se passa. Começa com um episódio na fonte que é, ao detalhe, a das Galveias." Enquanto nos romances anteriores o que estava mais em evidência era "a natureza, a terra", a vila era "mais o monte e os campos"; neste, está a vida da vila: "com as alegrias, as tristezas, os aspectos mais engraçados, os aspectos mais mauzinhos que existem na vida desta vila e de outras".

 

"Começa na fonte, passa pelo terreiro, anda por todas as ruas das Galveias", explica. "Em 'Nenhum Olhar' dei nomes bíblicos às personagens. Neste, todos os nomes são de pessoas das Galveias. Foram escolhidos por serem nomes bonitos que infelizmente estão em desuso. Ilídio, Adelaide, Galopim, Cosme, Josué, D. Milú. Nomes que fui buscar à minha memória. Aqui e ali também há histórias de pessoas que fazem parte da nossa história."

 

O romance também fala de um aspecto que diz muito às Galveias: a emigração para França nos anos 60. Embora no Alentejo a emigração tenha sido mais para outros países, o escritor tinha o exemplo dos pais que emigraram para França e viveram no lugar onde vive o Cosme, uma das personagens: Lagny-sur-Marne (uma das suas irmãs nasceu lá e outra foi muito pequenina).

 

Zé Luís, que nasceu em Setembro de 1974, um ano e meio depois de os seus pais voltarem de França, tinha "essa mitologia", "essa história", desse lugar onde nunca tinha ido mas de que ouvia sempre falar como sendo algo "completamente diferente" da vida que encontrava no Alentejo.

 

Quando regressou a Galveias, o pai, que era carpinteiro, edificou a casa da família numa parte da vila que estava a ser construída por outros emigrantes. Uma irmã da mãe estava emigrada em Inglaterra e "havia essa coisa de chegarem sempre a Galveias com coisas que não conhecíamos, brinquedos, jogos electrónicos, chocolates... Eu sentia muito o peso da importância de ser uma história que pertence a muitas pessoas e que são muito ciosas da sua história. E quem sou eu para estar a conseguir dizê-lo?"

 

Era esse o desafio.

 

"É uma história que já se ouviu muitas vezes. Existe até um estereótipo, que em termos de enredo acaba por ser pouco interessante na medida em que toda a gente a conhece de alguma forma. Não a vivi pessoalmente, mas achava que seria um desafio grande contá-la e capturar essa intensidade."

 

Até agora, o seu método de trabalho tem sido sempre o mesmo: uma ideia inicial a que vai acrescentando outras. "Existe depois um período em que estabeleço uma série de pressupostos, uma série de 'regras' que vão ser pilares na construção daquele texto."

 

Para tentar capturar o que levou tantas pessoas a embarcar numa "aventura tão grande", para a qual é preciso "tanta coragem", como esta de ir viver para um país onde não se conhece a língua, e tem mentalidades e costumes diferentes, Peixoto imaginou muito o que seria chegar a França nos anos 60 ou, para tantos das Galveias, o que seria chegar a Inglaterra ou aos EUA nos anos 70. "Tal como imaginei sempre o que seria para a minha madrinha, que vivia ali no alto da Praça, entrar no hipermercado Continente. Porque eu sempre sabia que ela ficava impressionada com pequenas coisas que havia aqui nas mercearias...", emociona-se.

 

A questão dos pais, ou do pai em particular, tem estado sempre presente na sua obra. "Não consigo ficar indiferente", explica Peixoto, que viu o pai definhar com cancor e escreveu "Morreste-me". Em "Livro" a questão do pai e da filiação é muito importante e de certa forma é uma novidade: porque existem dúvidas acerca do pai.

 

"Eu próprio sou pai - o meu filho mais velho vai fazer 14 anos, o outro vai fazer seis anos. Perceber que para eles eu sou 'o pai', sou aquilo que o meu pai foi para mim... No entanto, sendo eu, tenho oportunidade de perceber o quanto me afasto da forma como via o meu pai. Sou uma pessoa imperfeita, cheia de aspectos prosaicos, não sou nada um ser mitológico. Isso retirou metáforas e possivelmente acrescentou uma série de novos elementos a este livro".

 

Neste romance Ilídio, uma das personagens, tem seis anos e vai percebendo que a mãe o deixou e nunca mais volta. "A minha forma de tentar dar vida às personagens é misturar-me com elas. Dar-lhes a minha vida.". Por isso uma das cenas mais forte deste romance resultou da experiência de estar próximo de crianas. "De certa maneira esse sentimento que é sugerido naquele primeiro capítulo acaba por estabelecer um sentimento de orfandade, de que estamos todos de certa forma entregues a nós próprios e temos de traçar o nosso caminho. O conforto que não tivemos não nos vai ser dado. Se não o tivemos naquele momento, não vale a pena passarmos a vida a tentar tê-lo por dívida antiga."

 

 

O enredo e o estilo

 

 

Peixoto, que se formou em Línguas e Literaturas Modernas e deu aulas de Inglês e recebeu o Prémio José Saramago em 2001, quis dar mais valor ao enredo neste romance, sobrepô-lo ao estilo.

 

No entanto, há uma particularidade. "Livro" tem uma primeira parte realista (até à página 204), a que depois é acrescentada uma segunda parte desconstrutivista. "De certa maneira, o livro escangalha-se", ri-se. "Antes de começar a escrever a primeira palavra eu já tinha a ideia de que no final ia existir algo de muito extravagante. Já tinha a ideia de tentar que aquele livro que é pousado nas mãos do filho, na primeira frase, que foi a primeira frase que escrevi, se transformasse no próprio livro que a pessoa tem nas mãos. Que existisse essa auto-referencialidade."

 

Colocou círculos à volta de palavras, fez brincadeiras à Raymond Queneau, coisas lúdicas à OuLiPo. "Achei que dava lógica ao que estava antes. Alguns aspectos que possam ser menos realistas na primeira parte, ficam relativizados por percebermos que aquela história não foi vivida na primeira pessoa: é uma súmula de informação que se foi recolhendo, contada por algumas das personagens, adquirida de de diversas maneiras."

 

Outra novidade é a linguagem.

 

Há uma família encostada a uma das paredes do salão onde decorre o lançamento, todas mulheres, várias gerações. Ao ouvi-las não há dúvida de que foi dali que veio este romance onde uma das personagens é "a filha do Pulguinhas Pequeno, a neta do Pulguinhas".

 

D. Antónia acaba de receber um autógrafo e Zé Luís diz-lhe a Pulguinhas do livro não é ninguém em especial. Dona Antónia tem orgulho em ser Pulguinhas, de nome. Nas Galveias existem muitos Pulguinhas e muitas Pulguinhas. "Deram-me uma picadela e dei estas Pulguinhas todas", diz a mulher mais velha e todas riem. D. Antónia ainda não leu o livro mas sabe bem daquela história: os seus filhos estão emigrados em Inglaterra. "Cá não há mprego, Portugal está mesmo um caos. Até tenho pena. De quê? De os nossos filhos estarem lá. Também o que vêm para cá fazer? Arrancar ervas?! A vida está difícil em toda a parte." Alguém puxa o "Livro" para si, "Dona Antónia, posso ver?" Lê alto.

 

O escritor, que começou a publicar nas páginas do "DN Jovem" e lançou o seu primeiro livro numa edição de autor, utiliza a linguagem do dia-a-dia no Alentejo ou típica dos que emigraram para França. "Tive de fazer algumas cedências porque havia palavras que ninguém conhecia, de outras não abdiquei", explica. "É impressionante, por exemplo, que o verbo 'amarguçar' não exista no dicionário. O adjectivo 'plancho' também não existe! Tive de colocar estas palavras num livro na esperança de que no futuro alguém as coloque no dicionário! Porque eu só do tempo em que nós 'amarguçávamos' quando íamos jogar aos 'esconderêros'. Eu pergunto às pessoas se elas sabem o que são os 'esonderêros', ninguém sabe. É incrível!", ri-se o escritor que deve à mãe "ter tido esta oportunidade de encontrar a vocação na escrita. A minha mãe é incansável nessa narrativa permanente e tem um vocabulário vastíssimo que em muita medida está presente neste romance e que tem por vezes corruptelas, como 'desentropeçar' que é desentorpecer. Ou em vez de polaco, 'polonés'. Foi uma marca do português tocado pelo francês que não resisti a colocar. Cá as personagens não conheciam a palavra polaco e aprenderam-na em França pela primeira vez como 'polonês'. Na segunda parte do romance, há uma grande concentração de palavras como as 'auto-rutas', os fogos 'ruges', as 'embutelhagens'. Se o 'cocktail dinatoire', o 'dress code' e o 'after-party' são aceites e até fazem parte de alguma coisa que é valorizada, por que se desprezam as 'vacanças' que têm uma origem semelhante? Porque é que um cocktail dinatoire é mais bonito do que um lanche ajantarado?"

 

Naquela segunda-feira, Zé Luís levou para a mãe. D. Alzira, o primeiro exemplar do livro. Ela sabe bem do que se trata. Foi para França aos 23 anos e aí ficou seis anos. Conversou muito com o filho enquanto ele estava a escrever. As pessoas das Galveias levam 'muito a peito' tudo o que ele coloca nos livros. "Não é uma realidade. Ele mistura pormenores com ficção. E as pessoas ficam a pensar que é verdade." Num texto escreveu que a mãe tinha ido ao médico ao hospital. Foi uma trabalheira para D. Alzira. Ninguém acreditava que não era verdade, que ela não estava doente. "Pensavam que eu estava a esconder o assunto", conta.

 

"Não sabia ler e já era doido por livros. Antes de entrar para a escola, tínhamos de lhe ler banda-desenhada e histórias. Dizia: 'Tomara que o rapaz cresça porque era uma canseira'", brinca. Sabe que pertencer ao mundo dos livros é a felicidade do filho que nasceu numa terra onde só havia a biblioteca itinerante. "Nasceu para isto." Que o faça "dentro do modo que sabe fazer", deixa-a muito feliz.

 

O périplo para o lançamento de "Livro" começou nas Galveias e Peixoto fará 40 apresentações em várias localidades do país, participa num festival em França e fará apresentações em Paris, uma delas na Sorbonne. Em Novembro vai ao Chile e, em Dezembro, a Inglaterra. O ano passado, esteve no Uruguai, Canadá, Roménia e Brasil.

 

"Livro" foi escrito em Lisboa e em cinco semanas de Nova Iorque, depois de ter regressado do lançamento de "Nenhum Olhar" na Índia, onde tinha estado 20 dias e de onde "vinha cheio de estímulos e de vontade de escrever".

 

A sua vida é isto: quase mais tempo fora de Portugal do que aqui, o que lhe atrasa a escrita.

 

Foi graças a Liz Calder, a editora inglesa que inventou a Feira Literária Internacional de Paraty, que "Nenhum Olhar" foi publicado na editora Bloomsbury, numa tradução feita por Richard Zenith. O "Financial Times" incluiu-o na lista dos melhores livros publicados em Inglaterra em 2007. Saiu depois nas EUA na editora de Nan A. Talese (a mulher de Gay Talese), do famoso grupo Random House. Prestes a sair em Inglaterra está "Cemitério de Pianos", traduzido por Daniel Hahn, tradutor de Saramago e de Agualusa. José Luís Peixoto é o único autor português representado pela agência literária Curtis Brown que representa também Margaret Atwood, William Boyd, John Le Carré, Richard Ford, David Lodge, etc. Quando regressa às Galveias, sabe que muito mudou. "A principal mudança nas Galveias sou eu. Já não sou a pessoa que andava lá a correr", diz, nunca esquecendo que só começou a escrever sobre as Galveias quando deixou de viver lá.

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Metro (uk edition), 2010

15.05.14

José Luís Peixoto: Family epic is born of tradition

Wednesday 10 Nov 2010 4:32 pm

 

Prize-winning Portuguese author José Luís Peixoto talks to Metro about how death and mourning inform his acclaimed work.

 

There can’t be many novelists who’ve earned the praise and encouragement of the Nobel laureate José Saramago and also pursue a sideline in heavy metal.

‘Is the heavy metal scene particularly strong in Portugal?’ I can’t help but ask prize-winning 36-year-old author José Luís Peixoto, who counts lyrics for Lisbon doom-metal band Moonspell among his many illustrious writing credits.

‘Actually, you’d be surprised,’ he says. ‘Moonspell are pretty well known internationally. I write lyrics for fado [traditional Portuguese songs of mourning], too. I find song lyrics, the circular way they repeat and echo each other, and the fact that the form is so old, pretty useful for writing fiction.’

Alas, perhaps, heavy metal doesn’t exert a particularly audible influence on Peixoto’s new book, The Piano Cemetery, a rolling, elegiac and undoubtedly musical novel, set among three generations of the same family, which culminates in the death of Francisco Lázaro, the Portuguese marathon runner who was the first athlete to die in an Olympic event after collapsing in Stockholm in 1912.

His death, which occurred because he’d coated his body in wax to prevent sunburn, has long been a fascination for Peixoto, partly because Peixoto himself was once a runner and partly because, like Peixoto’s father, Lázaro was a carpenter. ‘I was always aware of long-distance running as a metaphor for so many things in life,’ says Peixoto, who currently lives in Lisbon. ‘But I was also drawn to the fact that he was called Lazarus. It’s an amazing coincidence.’

Birth, death, renewal: all three themes are given a quasi-ritualistic significance in the work of Peixoto, arguably the most promising Portuguese novelist to have emerged in the past decade – he won the José Saramago prize when he was 26, and cites the late, great writer as an enormous influence. His previous novel, Blank Gaze, was a collection of linked fables about a rural Portuguese village, whose inhabitants included a libidinous giant, a pair of Siamese twins and the devil, all centred around a father and son, both called José.

A father and son are at the centre of The Piano Cemetery, too – one dead, the other alive – and both take turns to narrate a story about a family suffused with infidelities and domestic abuse (a major problem in Portugal; Peixoto points out one woman a week dies as a result of it) and whose secrets are spooned out carefully and unexpectedly in a hypnotic series of mazy, elliptical paragraphs.

‘Fathers and sons are very important to me,’ Peixoto agrees. ‘Filial relationships are hugely significant in a cultural sense – from most major religions to Freud. They make you ask what sort of things you inherit and what kind of person you are.’

What about his own father? ‘My father died when I was 19 and a year later I became a father myself. In fact, the first pages of The Piano Cemetery describe exactly what happened the day my father died: we were waiting for news of his death but my sister was also due to give birth and so we were waiting for news of life, too. My niece arrived an hour before my father died.’

Peixoto grew up in precisely the same sort of rural village depicted in Blank Gaze. ‘It wasn’t exactly where you’d expect rock music to reach,’ he grins. He describes himself as a ‘son of the revolution’, as he was born in 1974, the year the Carnation Revolution ended the authoritarian Estado Novo regime. ‘It was a year of major change: Portugal started to open itself to Europe and the world, and with that came all sorts of influences that changed us,’ he says.

And yet Peixoto’s fiction, with its lyrical patterning and rhythmic prose, harks back to a Portugal that seems to exist out of time – Blank Gaze is steeped in folklore, while The Piano Cemetery seems to look at its characters through a dream. Both are heavily shaped by grief and mourning.

‘Death and mourning are big parts of Portuguese culture,’ says Peixoto. ‘A great sense of loss comes with a history like ours: having once been a country that was so internationally powerful about five centuries ago and the powerlessness of knowing we’ll never regain that glory.’

On a more personal level, Peixoto is philosophical. ‘I believe reflecting on death is part of reflecting on life,’ he says. ‘People should be prepared for it. They shouldn’t be afraid.’

 

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Financial Times, 20 Novembro 2010

05.04.14

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Ler, Outubro 2010

05.04.14

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Psí Víno, Czech Republic 2010

02.04.14

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Aula magna, 2010

18.03.14

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