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Wuz Cultura & Spettacolo, 2010

15.05.14

Una musica costante: Il cimitero dei pianoforti

 

Elena Spadiliero

 

 

"Là dove si arresta il potere delle parole, comincia la musica." (Richard Wagner)

Una musica costante: leggendo Il cimitero dei pianoforti di José Luís Peixoto, continuavo a ripetermi mentalmente il titolo del libro di Vikram Seth. La musica è suggerita dalla copertina stessa dell'edizione Einaudi del romanzo: un pianoforte con i tasti consumati dal tempo e dall'incuria.

 

I protagonisti del libro sono Francisco e il padre. Fin qui tutto nella norma, se non fosse che i due sono già morti, il primo dopo una lunga malattia e il secondo durante una maratona a causa di un'insolazione (una curiosità: il personaggio di Francisco è liberamente ispirato alla figura di Francisco Lázaro, maratoneta portoghese morto dopo aver corso trenta chilometri alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912).

 

Padre e figlio ricordano aneddoti del passato, momenti legati alla vita in famiglia. Sono fantasmi, ombre presenti nella stessa stanza dei vivi, ne seguono le azioni quotidiane pur essendone definitivamente esclusi.


Gli episodi salienti del romanzo hanno luogo in una piccola falegnameria, tramandata di generazione in generazione, in cui, fra le altre cose, si riparano anche pianoforti.


Il racconto si modella sul filo dei ricordi dei suoi narratori, diventando progressivamente un lungo monologo interiore dei due protagonisti e assumendo nella narrazione di Francisco i contorni di unostream of consciousness 'joyciano'.


Di pagina in pagina viene spontaneo immaginare mentalmente la fisionomia dei personaggi o degli ambienti in cui agiscono. Ma c'è di più: avete mai provato ad associare a un passaggio di un libro una musica? Con Il cimitero dei pianoforti mi è venuto spontaneo farlo.


Per esempio, le pagine che descrivono l'incontro del padre di Francisco con la ragazza che successivamente diventerà sua moglie, mi hanno fatto pensare al NotturnoOp. 9 n. 2 di Chopin :


 


"Fu allora che la mia vita cambiò per sempre. Mi sarei vergognato se non fosse stato per la dolcezza pallida del suo volto. Era una bambina gracile e il mio sguardo si posava con delicatezza sulla pelle del collo, sulle spalle sotto il vestito a fiori. Era una bimba fragile e scalza. Sotto il suo sguardo riuscii a sentire una forza invisibile che conduceva la mia mano verso i suoi capelli, che invisibilmente me li faceva scivolare tra le dita."

Il terzo movimento della Sonata al chiaro di luna diBeethoven mentre Francisco corre nella maratona:

"Il suono del vento mi attraversava le orecchie come il ruggito dell'universo. Forse è come il rumore che si fa quando si passa dentro al tempo, quando lo si attraversa con tutto il corpo: le braccia e le gambe che attraversano il tempo, il petto che attraversa il tempo e il viso che si porta dentro tutta l'eternità."

Serenade di Schubert per la scena finale del romanzo, quando tutta la famiglia è riunita in cucina a casa di Maria per ascoltare la radiocronaca della maratona:

"Alle nove di sera, squillò il telefono. Nessuno sapeva che fare. Il trillo del telefono li lacerava, era filo spinato che scivolava sulla pelle. Mia moglie aveva le mani sulla testa perché non ce la faceva più. Marta e Maria tornarono a essere due sorelle bambine. Simão sapeva che toccava a lui rispondere al telefono. Mentre camminava, si accorgeva di avere gambe e braccia e mani. Di respirare."

I veri protagonisti del libro non sono più Francisco e il padre ma la musica e i vecchi e malandati pianoforti, stipati all'interno della bottega, che progressivamente finiscono per simboleggiare una metafora dell'esistenza, quella "zona d'ombra e di conforto in cui si recuperano gli stimoli necessari per andare avanti".

 

 

 

 

 

 

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Il Fatto Quotidiano, 2010

15.05.14

Recensioni di "Il Cimitero dei pianoforti"

 

Paolo Collo

 

Se c’è ancora qualcuno che pensa che la letteratura portoghese contemporanea significhi solo il pur grandissimo e indimenticabile Saramago, consigliamo questo insolito, bellissimo testo di un giovane – è del 1974 – alentejano autore di romanzi, poesie e testi per il teatro. Il romanzo è una cronaca famigliare in cui si alternano le voci dei vari protagonisti: il padre, ormai defunto, e il figlio, maratoneta alle Olimpiadi del 1912 (e saranno proprio i chilometri di quella gara a scandire il susseguirsi dei capitoli). Luogo di unione delle varie storie che via via vengono raccontate, la loro falegnameria, all’interno della quale si cela il “cimitero dei pianoforti” – sfasciati, abbandonati, azzoppati, scordati –, luogo di ricordi, nascondiglio, metafora delle vite loro e delle persone a loro vicine. Una scrittura ricercata, intensa, evocativa, a volte geniale. E soprattutto musicale, come per una partitura. “Una rivelazione”, come ebbe a dire proprio Saramago.

 

 

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Solo Libri, 2010

15.05.14

Recensioni di "Il Cimitero dei Pianoforti"

 

Camilla Biagini

 

Le voci di padre e figlio si rincorrono in questo romanzo pieni di ricordi che coinvolge il lettore nella storia di questa famiglia portoghese sino a trasformarlo in un testimone, in un amico, quasi in una persona di famiglia.

 

La voce del padre ripercorre il passato, un passato fatto di illusioni e di fallimenti, un passato fatto di una moglie stupenda e di ben quattro figli ma solcato anche dalla violenza causata dall’alcol. Dopo una lunga malattia è morto senza lasciare dietro di sè alcun segno di successo e adesso può soltanto viaggiare nella memoria e osservare il presente e suo figlio da lontano senza poter, purtroppo, intervenire in alcun modo sul corso degli eventi.

 

Anche la voce del figlio Francisco ripercorre il suo passato mentre passo dopo passo partecipa alla maratona dei Giochi Olimpici di Stoccolma del 1912. "Il suono del vento mi attraversava le orecchie come il ruggito dell’universo. Forse è come il rumore che si fa quando si passa dentro al tempo, quando lo si attraversa con tutto il corpo: le braccia e le gambe che attraversano il tempo, il petto che attraversa il tempo e il viso che si porta dentro tutta l’eternità."

Francisco mentre corre pensa anche al futuro e a sua moglie che sta per mettere al mondo il suo bambino. Quel futuro lui non lo vedrà mai perchè proprio durante quella corsa troverà la morte a causa di un’insolazione.

 

Al centro dei loro ricordi vi è la bottega del falegname dove il padre ha fatto il proprio apprendistato e dove ha iniziato a lavorare, la stessa bottega tramandata di padre in figlio che possiede anche una stanza tenuta sempre chiusa a chiave dove si trovano vecchi pianoforti quasi fosse un vero e proprio cimitero dipianoforti.

 

Questo romanzo parla di vita e di morte, di amore e di solitudine. È un romanzo amaro ma anche commovente che avvolge il lettore con la paura che la vita possa colpire con le sue disgrazie ma anche con la speranza che qualcosa di bello possa sempre accadere.

 

 

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Le Figaro, 2008

15.05.14

LE LIVRE CHAMBOULÉ DES JOURS ET DES HEURES

 

 

Par Astrid de Larminat

 

Voilà un roman qu'on ne peut pas lire les pieds sur terre. Et dans un premier temps, il faut bien l'avouer, cette expérience déstabilisante est presque déplaisante. Si l'on n'avait su que José Luis Peixoto, 34 ans, avait déjà fait la preuve qu'il était un grand écrivain, peut-être aurait-on déclaré forfait au bout de cent pages. On se serait privé d'un rare bonheur, cette sorte d'extase que l'on ressent lorsqu'on touche à une vérité existentielle inaccessible à la raison seule.

 

Rien d'éthéré ni d'abscons pourtant dans ce récit où s'enchaînent des tableaux de famille : des matinées de soleil dans la cuisine, les visages autour de la table, le sourire des enfants, le fameux cimetière de pianos, sorte de « casse » où l'on puise des pièces pour réparer d'autres pianos. Décors immuables : seuls l'apparition d'un réfrigérateur et d'une TSF marque le temps qui passe.

 

Car c'est de cela qu'il s'agit : du temps qui passe et en même temps ne passe pas. Pour rendre sensible ce paradoxe, Peixoto retrace l'histoire d'une famille sur trois générations. Le grand-père, sa femme, leurs petits-enfants, leurs quatre enfants. L'aïeul relate une partie de l'histoire, allant et venant entre futur et passé : il commence par le récit de sa propre mort, poursuit avec des scènes qui se tiennent trois ans plus tard, quand son fils cadet s'apprête à courir le marathon aux Jeux olympiques de Stockholm. Les va-et-vient s'accélèrent : il évoque sa rencontre, solaire, avec la jolie demoiselle qui est devenue sa femme ; puis le mariage de sa fille aînée, la naissance de cette même fille ; le soir où il a frappé sa femme en rentrant de la taverne…

Les passages, d'une page ou deux, se succèdent, mêlant les temps comme ils sont mêlés en chacun de nous, à rebours de toute chronologie. Soulignant aussi, en accolant des scènes que plusieurs années séparent, l'inconstance des êtres, qui s'aiment à la folie un jour, puis se trompent ou se maltraitent, sans cesser pourtant de s'aimer…

 

Deuxième narrateur du roman, son fils - à moins que ce ne soit son père : les deux se ressemblent étrangement. Fransisco Lazaro va tomber mort d'épuisement au 30e kilomètre du marathon. En courant, il se souvient de son enfance, par fragments, hachés comme sa respiration, s'interrompant au milieu d'une phrase, la reprenant plus loin. Il se remémore un après-midi radieux en famille ; le jour où il éborgne son frère en jouant ; le trousseau de sa grande sœur avec sa soupière en faïence, puis le jour où le mari de sa sœur casse la soupière en faïence dans un accès de rage… Il se rappelle surtout sa jeune femme qui attend leur premier enfant, leur rencontre paisible ; et la pianiste qu'il a connue au même moment, un amour brûlant.

 

En marge de cette histoire chahutée, le cimetière des pianos demeure, « à côté du temps » : c'est là que les jeunes amours trouvent refuge ; c'est là qu'une petite fille parle à son grand-père, celui qui raconte ladite histoire…

 

C'est aussi le lieu emblématique de ce qui se joue entre pères et fils : « Je regardais les pianos morts et songeais aux pièces qui ressuscitaient dans d'autres pianos, et je croyais que toute la vie pouvait être reconstruite de cette façon. Mes fils grandissaient et devenaient des garçons comme je l'avais été il y avait si peu de temps. Le temps passait. Et j'étais certain qu'une part de moi comme les pièces des pianos morts continuaient d'agir en eux. » Un roman de chair et de lumière qui lève un coin de voile sur les mystérieux versets du chapitre 17 de l'Évangile de Jean placés en épigraphe.

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Metro (uk edition), 2010

15.05.14

José Luís Peixoto: Family epic is born of tradition

Wednesday 10 Nov 2010 4:32 pm

 

Prize-winning Portuguese author José Luís Peixoto talks to Metro about how death and mourning inform his acclaimed work.

 

There can’t be many novelists who’ve earned the praise and encouragement of the Nobel laureate José Saramago and also pursue a sideline in heavy metal.

‘Is the heavy metal scene particularly strong in Portugal?’ I can’t help but ask prize-winning 36-year-old author José Luís Peixoto, who counts lyrics for Lisbon doom-metal band Moonspell among his many illustrious writing credits.

‘Actually, you’d be surprised,’ he says. ‘Moonspell are pretty well known internationally. I write lyrics for fado [traditional Portuguese songs of mourning], too. I find song lyrics, the circular way they repeat and echo each other, and the fact that the form is so old, pretty useful for writing fiction.’

Alas, perhaps, heavy metal doesn’t exert a particularly audible influence on Peixoto’s new book, The Piano Cemetery, a rolling, elegiac and undoubtedly musical novel, set among three generations of the same family, which culminates in the death of Francisco Lázaro, the Portuguese marathon runner who was the first athlete to die in an Olympic event after collapsing in Stockholm in 1912.

His death, which occurred because he’d coated his body in wax to prevent sunburn, has long been a fascination for Peixoto, partly because Peixoto himself was once a runner and partly because, like Peixoto’s father, Lázaro was a carpenter. ‘I was always aware of long-distance running as a metaphor for so many things in life,’ says Peixoto, who currently lives in Lisbon. ‘But I was also drawn to the fact that he was called Lazarus. It’s an amazing coincidence.’

Birth, death, renewal: all three themes are given a quasi-ritualistic significance in the work of Peixoto, arguably the most promising Portuguese novelist to have emerged in the past decade – he won the José Saramago prize when he was 26, and cites the late, great writer as an enormous influence. His previous novel, Blank Gaze, was a collection of linked fables about a rural Portuguese village, whose inhabitants included a libidinous giant, a pair of Siamese twins and the devil, all centred around a father and son, both called José.

A father and son are at the centre of The Piano Cemetery, too – one dead, the other alive – and both take turns to narrate a story about a family suffused with infidelities and domestic abuse (a major problem in Portugal; Peixoto points out one woman a week dies as a result of it) and whose secrets are spooned out carefully and unexpectedly in a hypnotic series of mazy, elliptical paragraphs.

‘Fathers and sons are very important to me,’ Peixoto agrees. ‘Filial relationships are hugely significant in a cultural sense – from most major religions to Freud. They make you ask what sort of things you inherit and what kind of person you are.’

What about his own father? ‘My father died when I was 19 and a year later I became a father myself. In fact, the first pages of The Piano Cemetery describe exactly what happened the day my father died: we were waiting for news of his death but my sister was also due to give birth and so we were waiting for news of life, too. My niece arrived an hour before my father died.’

Peixoto grew up in precisely the same sort of rural village depicted in Blank Gaze. ‘It wasn’t exactly where you’d expect rock music to reach,’ he grins. He describes himself as a ‘son of the revolution’, as he was born in 1974, the year the Carnation Revolution ended the authoritarian Estado Novo regime. ‘It was a year of major change: Portugal started to open itself to Europe and the world, and with that came all sorts of influences that changed us,’ he says.

And yet Peixoto’s fiction, with its lyrical patterning and rhythmic prose, harks back to a Portugal that seems to exist out of time – Blank Gaze is steeped in folklore, while The Piano Cemetery seems to look at its characters through a dream. Both are heavily shaped by grief and mourning.

‘Death and mourning are big parts of Portuguese culture,’ says Peixoto. ‘A great sense of loss comes with a history like ours: having once been a country that was so internationally powerful about five centuries ago and the powerlessness of knowing we’ll never regain that glory.’

On a more personal level, Peixoto is philosophical. ‘I believe reflecting on death is part of reflecting on life,’ he says. ‘People should be prepared for it. They shouldn’t be afraid.’

 

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Times Literary Supplement, 17 Dezembro 2010

23.04.14

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Up - Tap Portugal, Novembro 2008

06.04.14

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Os meus livros, Março 2008

06.04.14

 

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El País, Babelia,10 Novembro 2007

05.04.14

 

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Financial Times, 20 Novembro 2010

05.04.14

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