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Liberazione, 2005

15.05.14

José Luís Peixoto, il poeta "mettalaro"

 

Marco Peretti

 

C'è chi ha partecipato alle guerre coloniali come furiere-infermiere, chi è stato torturato dalla Pide - la polizia segreta salazarista -, chi ha vissuto l'infanzia assistendo alla fine del regime, chi è nato nell'anno della rivoluzione dei garofani: João de Melo, Mário de Carvalho, José Riço Direitinho, Benigno de Almeida Faria, José Luís Peixoto. Chiamarli una pattuglia sarebbe di cattivo gusto, perché non solo del passato e di guerra parlano i loro libri. Parliamo dell'avanguardia di scrittori portoghesi che si è affacciata di recente in Italia, in occasione della Fiera del libro di Torino. Merito - vale la pena ribadire - di piccole case editrici, come Passigli, Scrittura pura, Instar libri, Besa editrice, Aiep, La nuova frontiera, l'ultima arrivata Cavallo di ferro. In questo drappello di nuovi narratori figura anche il giovanissimo José Luís Peixoto, autore di Questa terra ora crudele (trad. di Giulia Lanciani, edizioni La Nuova Frontiera, euro 8,50) e con uno stravagante curriculum alle spalle. Qui, in questo volumetto, dal titolo originale Morreste-me, racconta i sentimenti di un figlio di fronte alla morte del padre. «Si tratta realmente della scomparsa di una persona, di questa regola naturale alla quale contrapponiamo l'illusione che per noi non si verifichi. In Portogallo diciamo "l'unica cosa certa è la morte" ed è così. Sapere che esiste la morte, è sapere che noi oggi siamo vivi e dobbiamo approfittare di questo periodo per fare qualcosa. La letteratura deve suggerire alle persone come prendere coscienza di questa realtà». Trent'anni, pearcing e maglietta scura con una scritta argentata che grida "stop the wars", José Luís comincia così. La sua è una letteratura che parla di morte, della decadenza della civiltà. «Sì, mi servo di queste idee perché sia il lettore stesso a trovare le risposte più concrete ai grandi temi della vita. In fondo la morte è la fine e la fine la troviamo in tutto, ma ogni fine è anche il principio di qualcosa. Mi interessano le storie delle persone, la morte come la fine e l'inizio dell'amore». Larga parte della critica portoghese intravede una scrittura nuova, inedita nelle capacità affabulatorie di Peixoto, ogni due settimane presente sul più importante giornale culturale del paese, Jornal de letras. Lui che proviene da una provincia tradizionale, l'Alentejo, dove è nato nell'anno in cui il Portogallo tornava alla democrazia. «Non ho mai vissuto sotto la dittatura, privato della libertà. Non mi si è mai posta la necessità di posizionarmi nei confronti di un regime. Certo ci sono autori che per me sono molto importanti nella mia formazione, che sicuramente non è ancora terminata: Fernando Pessoa il maggiore poeta portoghese del XX secolo o tra i contemporanei António Lobo Antunes, che è un virtuoso della lingua e nei suoi romanzi affronta temi molto delicati della storia più recente del Portogallo, il nostro premio Nobel José Saramago che per me è un autore di riferimento». Persino in Italia ci sono blogs di suoi ammiratori e tra questi gli appassionati di musica metallica. «E' per via del lavoro con la band dei Moonspell - spiega - le persone legate a una cultura libresca pensano che la musica heavy-metal sia fatta da gente che fa rumore e grida e d'altra parte molti giovani pensano alla letteratura come qualcosa di noioso, fatta da persone noiose. Personalmente non credo in nessuno dei due stereotipi e anche il gruppo con cui ho lavorato la pensa così. Abbiamo tentato di fare una cosa nuova: un libro e un disco che ha come tema la paura. Come questa spesso inibisce, mentre dobbiamo avanzare e cercare quello in cui più crediamo». Considerati i temi, qualcuno potrebbe vedere confermati gli stereotipi sul Portogallo. «Non credo che siamo malinconici più degli scrittori di altri paesi. C'è questa idea associata al fatto che abbiamo una musica tradizionale come il fado, ma penso che sia un'affermazione che non tiene conto del fatto che oltre questa sensibilità ne esistono altre. Ho molta difficoltà nei confronti della parola saudade che è "venduta" come un sentimento portoghese, perché penso che i sentimenti non hanno patria, paese o lingua, ma appartengono agli esseri umani di ogni parte. Per questo se esiste una saudade nei miei libri penso che sia la stessa che esiste nei libri italiani come in quelli giapponesi». Della tradizione vuole conservare poco - le radici sono importanti ma l'essenziale sono i fiori - e con un certo orgoglio rivendica di aver fatto parte fin dall'inizio del Bloco de esquerda che in questi giorni ha polemizzato con Sampaio per le sue non scelte sull'aborto. «Mi intristisce la decisione del Presidente della Repubblica. Comunque la maggioranza del popolo portoghese vuole questo cambiamento e quindi questa legge retrograda e criminalizzatrice verso le donne presto o tardi cambierà».

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Liberazione, 2004

15.05.14

Quando arrivano i barbari

 

Marco Peretti

 

Eros e Thanatos, amore e morte, un campo di battaglia che ha per posta in gioco la vita, la conservazione della specie umana. Sperare di placare questo conflitto con la musica, la letteratura, le arti può essere un'illusione. «E' già notte e i barbari non vengono. / E' arrivato qualcuno dai confini a dire che di barbari non ce ne sono più. / Come faremo adesso senza i barbari? / Dopotutto quella gente era una soluzione».


L'attesa dei barbari può essere un buon alibi al disagio della civiltà, che è poi il disagio di convivere con noi stessi, ma dietro i versi del grande poeta greco Kavafis si nasconde, ironico, l'avvertimento: il problema è dentro di noi. Lo stesso grido di speranza e di ricerca d'amore che in toni surreali sembra lanciare José Luís Peixoto nel suo romanzo Una casa nel buio (trad. di Vincenzo Russo, La Nuova Frontiera 2004, euro 16,50) ma forse è già tardi e i barbari possono ancora essere utili.


Appena trentenne, José Luis Peixoto è già   riconosciuto come una certezza della nuova letteratura portoghese. La sua vena malinconica è una lenta rappresentazione dell'elaborazione del lutto per un mondo sempre più in rovina cui il poeta, però, guarda ancora con gli occhi stupiti del bambino. L'immaginato si sovrappone al vissuto, il surreale e l'onirico ‑senza scansione del tempo ‑ diventano necessità del presente. La maturità della sua scrittura ‑ scarna ma essenziale ‑ cela il piacere per la poesia, per il verso che ritorna. La ripetizione è ostentata, quasi a negare la ricerca dei sinonimi, a negare la prosa. Romanzi, i suoi, che vanno letti a voce alta per goderne del ritmo.


Primo capitolo. L'amore. Un colpo d'ascia e il padre del narratore, ormai in fin di vita, uccide la schiava. Il figlio, allora bambino, aveva sentito tante volte la madre alzare la voce per coprire i suoni da uomo e da donna che uscivano dalla stanza chiusa e quel giorno pensò che quello era il senso più profondo dell'amore, per quello la madre avrebbe voluto esser al posto della schiava. Ora le notti son passate e come il padre che scriveva sonetti il narratore è uno scrittore. A chi gli domanda cosa scrive risponde che scrive se stesso. Lui sa che quando chiude gli occhi la vede, sa che è bellissima, la scrive e l'ama. Quel volto immaginato è identico a quello incorniciato su una tomba e quindi un giorno scoprirà che ha un cadavere dentro di sé.


Ultimo capitolo. La morte. La casa brucia. Brucia la scrivania su cui il padre scriveva sonetti, brucia il divano su cui la madre si era sdraiata tante notti, ma lei, tra le fiamme, o lei fiamma, torna per dirgli «ti amo». Il narratore nella casa che brucia per un momento è felice e muore.


«La felicità come l'amore sono momenti… momenti che la fine rende ridicoli... ma ridicoli solo prima e dopo... Non si deve aver vergogna di esser felici per qualche momento. Non si deve aver vergogna del ricordo di esser stati felici per qualche momento».


Tra l'amore e la morte nella casa nel buio, lenti passano i giorni ‑ indifferenti per il poeta che non crede più al futuro ‑ e scorre l'allegoria di Peixoto su una civiltà che non si volta più quando sente enunciare la parola amore. È una civiltà che ha bisogno dei barbari. I barbari sono una soluzione e puntualmente arrivano, mutilano, violentano, brutalizzano. Sono barbari.


Al Signor Violinista - nella casa avevano inventato le sette note - tagliano le mani e non potrà più suonare. Alla madre dello scrittore conficcano un ago nei timpani e non potrà più sublimare il dolore con la musica. Allo scrittore recidono braccia e gambe, così da diventare un giocattolo per il divertimento dei bambini dei soldati di ferro, e al principe di Calicatri, suo amico, è rimasto solo un buco rosso vivo al posto del cuore. E poi la schiava Miriam, Nessuno, il visconte di Dedodida: esseri poco umani - dai passati amori inibiti - costretti, per far fronte al buio, a tradursi in una comunità solidale. Sette personaggi, sette capitoli, «sette volte il giorno io ti lodo», recita uno dei Salmi dell'Apocalisse. Sette è il   numero perfetto - dei peccati delle virtù - e sette volte il giorno i fedeli più devoti volgono la loro preghiera al Dio dei Salmi - Salmi in epigrafe, piccole lodi sul margine alto d'ogni capitolo - , un Dio che a volte sembra vendicarsi, abbandonare l'uomo, non averne più pietà.

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